Stabat Mater, il PIMS celebra Pergolesi: a Sant'Apollinare il pathos solenne della versione viennese
Il prossimo 6 maggio, presso la Basilica di Sant'Apollinare a Roma verrà eseguito lo Stabat Mater di Giovanni Battista Pergolesi nella cosiddetta "versione viennese", elaborata tra la fine del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento su intervento di Joseph von Eybler, Ignaz von Seyfried e altri musicisti attivi nella capitale asburgica. In programma la partitura del 1830/31, versione rarissima da ascoltare, letta dal Coro Polifonico del Pontificio Istituto di Musica Sacra, con soli, coro, orchestra e basso continuo, sotto la direzione di Walter Marzilli e con la partecipazione del soprano Maria Grazia Schiavo, del mezzosoprano Marta Pacifici, del tenore Derlis González Morel, del baritono Kevin Malcolm Cribb e del clavicembalista Stefano Pavetti Serratti. L'occasione coincide con l'anno commemorativo della morte di Pergolesi, avvenuta il 16 marzo 1736.
La sequenza latina Stabat Mater, introdotta da papa Benedetto XIII nel messale romano appena un decennio prima della composizione pergolesiana, nel 1727, in concomitanza con l'istituzionalizzazione della Festa dei Sette Dolori di Maria Vergine, era già stata intonata da una lunga tradizione di compositori. Pergolesi la scelse come fondamento della sua ultima opera sacra nelle settimane finali di una vita consumata dalla tisi, quando il corpo di un ventiseienne già esaurito dalla malattia non lasciava intravedere altra prospettiva che la morte.
La commissione era giunta probabilmente nel 1734 dalla laica confraternita napoletana dei Cavalieri della Vergine dei Dolori di San Luigi al Palazzo, per officiare alla liturgia della Settimana Santa, in sostituzione della precedente versione di Alessandro Scarlatti, commissionata dalla medesima confraternita vent'anni prima. Il compenso pattuito, secondo la fonte più antica di cui disponiamo, ammontava a dieci ducati, cifra che il compositore aveva già ricevuto senza aver ancora consegnato la partitura al momento di trasferirsi a Pozzuoli per tentare di ristabilirsi nell'aria sulfurea del golfo.
Nell'autografo della partitura, conservato presso la biblioteca del Monastero di Montecassino, è possibile rilevare una certa fretta di concludere da parte di Pergolesi, che si dimenticò di stendere alcune parti delle viole, e nell'ultima pagina scrisse Finis Laus Deo. La tradizione agiografica, consolidatasi già nel tardo Settecento attraverso il manoscritto di Giuseppe Sigismondo e ripresa dal marchese di Villarosa, volle che quella scrittura tormentata fosse stata completata il giorno stesso della morte.
L'esattezza dell'aneddoto è contestata, ma la morte sopravvenne il 16 marzo 1736, quando Pergolesi aveva solo ventisei anni. La posterità avrebbe costruito su questa coincidenza un mito che avrebbe alimentato per decenni attribuzioni spuri e un catalogo gonfiato fino all'inverosimile: gli studi più recenti hanno notevolmente ridotto il numero delle composizioni a lui attribuibili a circa una cinquantina sicuramente autentiche.
Lo Stabat Mater, redatto per soprano, contralto, archi e basso continuo, appartiene strutturalmente al genere del piccolo mottetto da chiesa: dépourvu di ouverture, esso comporta una breve introduzione strumentale che precede le due voci soliste, organizzato in sette duetti e cinque arie soliste. La scrittura vocale, modellata sulla prassi della scuola napoletana e permeata dalla cantabilità dell'opera seria, determina quella che fu per molti ascoltatori del Settecento la cifra più immediatamente riconoscibile della composizione: un pathos di derivazione teatrale che invade la meditazione sacra senza dissolverla.
Il giudizio di Padre Martini, che nel 1774 censurò lo stile "leggero e operistico" del brano, coglie con precisione la tensione estetica che lo Stabat Mater scatenò in tutta Europa. L'illustre teorico bolognese riteneva la partitura troppo debitrice del linguaggio dell'intermezzo - citando esplicitamente La serva padrona - per poter servire degnamente la liturgia. Per Martini, la vicinanza tra sacro e teatrale era un peccato di mondanità che minava la solennità del rito.
Sul fronte opposto, Jean-Jacques Rousseau individuò in Pergolesi proprio il vertice di una nuova spiritualità fondata sull'empatia. Definendo il movimento iniziale «il duetto più perfetto e toccante che sia sgorgato dalla penna di qualsiasi musicista», il filosofo fece dello Stabat Mater il manifesto dell'estetica del sentimento. Laddove Martini vedeva un'inopportuna intrusione del teatro, Rousseau celebrava la capacità della musica di tradurre il dogma in emozione viva: una modernità spirituale che non cercava la perfezione astratta del contrappunto, ma la verità del cuore umano davanti al mistero del dolore.
Nel contesto protestante tedesco, la risposta alla partitura pergolesiana assunse una forma diversa ma ugualmente significativa. Johann Sebastian Bach realizzò negli anni Quaranta del Settecento un arrangiamento dello Stabat Mater, sostituendo il testo latino mariano con una parafrasi tedesca del Salmo 51 di un autore anonimo; nel manoscritto autografo Bach denominò il lavoro un Motetto, ma si tratta in realtà di una cantata per soprano e contralto, archi e basso continuo. La prima esecuzione dimostrabile risale al 1746‑47 a Lipsia.
Il lavoro sopravvissuto nella grafia di Bach e del suo futuro genero Johann Christoph Altnickol rappresenta una rielaborazione approfondita dell'originale; Bach introdusse una chiara distinzione tra passaggi solistici e tutti nelle due parti di violino e rielaborò sostanzialmente la parte della viola, avvicinando il pezzo ai propri ideali compositivi.
La storia della ricezione tedesca e austriaca non si esaurisce tuttavia nella parodia bachiana. Nella Vienna del classicismo, il clima liturgico-musicale era orientato verso organici ampi, scrittura corale elaborata e strumentazione ricca. L'arrangiamento più diffuso fu quello realizzato intorno al 1800 per la Hofkapelle viennese, nel quale Antonio Salieri, Franz Xaver Süßmayr e Ignaz Xaver Ritter von Seyfried aggiunsero strumenti a fiato e tromboni obbligati all'accompagnamento originale per archi; la scrittura a due voci superiori dell'originale fu inoltre distribuita su quattro parti con soli obbligati.
La ricezione europea della partitura fu rapida e capillare. La prima edizione a stampa fu pubblicata da John Walsh a Londra nel 1749, riscuotendo un immediato successo che portò fama postuma a Pergolesi. Il 16 aprile del 1752 lo Stabat Mater ebbe la sua prima esecuzione pubblica a Parigi, nell'ambito del Concert Spirituel che aveva sede al Palais des Tuileries; negli anni successivi la composizione sarebbe stata regolarmente programmata in varie occasioni, tanto da divenire una consuetudine per il pubblico parigino. Lo studioso Constant Pierre ha censito non meno di ottantadue esecuzioni dello Stabat Mater di Pergolesi al Concert Spirituel tra il 1753 e il 1790.
Il processo di sedimentazione del testo, descritto nel programma di sala curato da Cesare Marinacci per il concerto del PIMS, passa attraverso una catena di interventi che ne documentano la vitalità come oggetto di recezione attiva: intorno al 1795 Joseph von Eybler, amico di Mozart e futuro Hofkapellmeister viennese dopo Antonio Salieri, sostituì alcuni duetti e ampliò l'orchestra in un riadattamento pensato per l'ambiente della cappella aristocratica; nel 1830 circa Ernst von Raymund ne redasse una partitura completa, sulla quale nello stesso anno Ignaz von Seyfried introdusse parti di trombone e rinforzi agli archi nei movimenti corali; una revisione attribuita a Otto Nicolai nel 1843 intervenne sulle indicazioni dinamiche e di articolazione. La versione risultante da questo processo stratificato, nella quale il testo a due voci dell'originale cameristico viene trascritto per quattro parti con soli obbligati, è quella che il XIX secolo viennese conobbe e apprezzò come versione definitiva.
La partitura corrisponde a questo assetto del 1830/31, con l'organico di soli SATB, coro SATB, fiati, tromboni, archi e basso continuo, nella revisione moderna di Martin Haselbock pubblicata da Carus Verlag. Il Pontificio Istituto di Musica Sacra, fondato da san Pio X nel 1910 e insediato dalla sede storica di Sant'Apollinare per volontà di Benedetto XV nel 1914, ha assunto il concerto come celebrazione dell'anno pergolesiano, affidandone la direzione a Walter Marzilli, titolare della cattedra di Direzione di Coro dall'istituto dal 1991, musicologo formato in Italia e in Germania fino al dottorato e da decenni tra i principali animatori della vita concertistica del PIMS.
La compagine vocale è formata dal soprano Maria Grazia Schiavo, interprete di riferimento nel repertorio del Belcanto con una carriera che l'ha condotta dai teatri di Napoli, Roma, Londra, Parigi e Palermo agli ensemble storicamente informati - di ritorno tra l'altro da una tournée trionfale in Giappone, dove è stata diretta da Riccardo Muti - dal mezzosoprano Marta Pacifici, allieva della stimata Sara Mingardo, specialista del repertorio barocco, dal tenore Derlis González Morel, cantore della Cappella Musicale Pontificia Sistina, e dal baritono Kevin Malcolm Cribb, membro della Cappella Giulia nella Basilica di San Pietro. Al basso continuo Stefano Pavetti Serratti, clavicembalista e direttore d'orchestra di formazione italo-paraguaiana.
La scelta della versione viennese, a quasi tre secoli dalla composizione originale, riveste un preciso valore critico. Presentare la partitura nella veste elaborata a Vienna tra Sette e Ottocento permette di offrire al pubblico non solo il capolavoro pergolesiano nella sua genesi napoletana, ma l'intera geografia della sua fortuna europea: da Napoli a Londra, da Lipsia a Parigi, da Vienna a Roma. Ogni fase di questa sedimentazione storica documenta un atto di appropriazione attiva da parte di culture musicali diverse, tutte attratte da un’opera capace di tradurre il lutto mariano in un linguaggio universale, in grado di attraversare confessioni e latitudini senza mai esaurire la propria tensione espressiva.

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