La Messa di Peterhouse, l'ombra di Tye: Cinquecento riporta alla luce la voce dimenticata della polifonia Tudor
Custoditi per secoli nelle biblioteche di Cambridge, i partbooks di Peterhouse celano una delle voci più originali e meno celebrate della polifonia Tudor. Con il loro diciassettesimo album per Hyperion, il quintetto paneuropeo Cinquecento restituisce al presente la Messa di Christopher Tye, compositore che Henry VIII definì il medico dell'armonia musicale d'Inghilterra, e che la storia ha quasi dimenticato.
Vi sono compositori che la storia tratta con la crudeltà silenziosa dell'oblio, riservando loro una menzione a margine delle biografie dei contemporanei più fortunati. Christopher Tye è uno di questi. Vissuto fra il 1505 circa e il 1573, stando alle cronologie oggi accettate dalla musicologia, egli fu maestro dei coristi alla cattedrale di Ely per vent'anni a partire dal 1541, membro della Chapel Royal sotto Edoardo VI, laureato in musica all'Università di Cambridge con i gradi di Bachelor nel 1536 e di Doctor nel 1545, e probabilmente insegnante di musica al giovane re stesso. Eppure il suo nome rimane nell'ombra di Thomas Tallis, diretto contemporaneo con cui condivise l'intero arco della tempestosa storia religiosa inglese del Cinquecento. A ridestare questa voce ci pensa ora l'ensemble Cinquecento, nel loro diciassettesimo album per Hyperion Records, dedicato alla Peterhouse Mass e ad altre composizioni dello stesso autore.
Il titolo con cui la Messa è più comunemente conosciuta rimanda direttamente al luogo in cui il suo manoscritto è sopravvissuto. I partbooks oggi conservati presso la Cambridge University Library con segnatura Peterhouse MSS. 471-474 (già MSS. 40, 41, 31 e 32) custodiscono la memoria di una vicenda codicologica ancora in parte oscura: il cosiddetto set henriano, fu con ogni probabilità copiato intorno al 1541 per il coro di nuova istituzione della Cattedrale di Canterbury, e come sia poi approdato alla biblioteca del Peterhouse College rimane un interrogativo aperto, benché la mediazione di John Cosin, futuro vescovo di Durham e animatore della vita musicale del college negli anni Trenta del Seicento, sia ritenuta la spiegazione più plausibile.
La raccolta, datata generalmente fra il 1540 e il 1547, trasmette un vasto repertorio di musica liturgica pre-riforma a cinque voci, comprendente messe, magnificat e antifone votive, e accoglie, accanto a Tye, compositori della statura di Fayrfax, Ludford, Taverner e Tallis, oltre a figure minori talora note esclusivamente attraverso questo testimone. Il manoscritto si presenta tuttavia incompleto: come le parti superstiti del Christ Church set, anche i partbooks di Peterhouse mancano del libro del tenore, perdita che rende ardua la ricostruzione dell'architettura polifonica originaria. A colmare questa lacuna è intervenuto Paul Doe con una ricostruzione della voce mancante, operazione filologica tanto necessaria quanto rischiosa, senza la quale l'esecuzione integrale della Messa sarebbe semplicemente impossibile.
L'opera è anche nota come Meane Mass, denominazione che ne descrive con precisione la fisionomia timbrica. La Messa di fatto è priva della parte acuta, il "treble" che caratterizzava molta della polifonia liturgica Tudor, e il titolo Meane Mass allude proprio a questa assenza della voce più acuta nell'organico. Il risultato è una scrittura che gravita verso i registri medi e bassi, conferendo all'opera una densità sonora più scura e compatta rispetto alla luminosità eterizzante di molta musica inglese del periodo. È una scelta, questa, non una limitazione, e la si percepisce come tale fin dall'ascolto delle prime battute, dove la tessitura si chiude su sé stessa, creando un universo armonico introverso che riflette perfettamente le tensioni teologiche di un'epoca in cui il linguaggio musicale della liturgia era esso stesso terreno di disputa.
Proprio il rapporto tra linguaggio modale e sensibilità tonale emergente costituisce uno degli aspetti analiticamente più affascinanti della Messa. Sul piano tecnico, la composizione è formalmente concepita nel modo dorico trasposto a sol, ma il suo comportamento armonico reale anticipa già con notevole chiarezza il sol minore della codificazione tonale successiva. Questa tensione tra il quadro teorico medievale e la prassi armonica che stava mutando, è una delle cifre della modernità di Tye. Ne è testimonianza eloquente un passo del Credo, al testo «consubstantialem Patri», dove Tye conduce la parte del secondo contratenore attraverso un salto di quarta diminuita, intervallo di sapore schiettamente strumentale, lontano dall'idioma vocale naturale, più vicino a una fantasia per tastiera che a una condotta di linee pensata per cantori. Lo stesso spirito si manifesta nell'Agnus Dei conclusivo, dove l'omofonia compatta delle voci evoca le sonorità di un brano organistico trascritto per ensemble vocale. È in questi momenti che Tye rivela di pensare la polifonia in modo ibrido, nutrendosi tanto dell'eredità contrappuntistica fiamminga quanto di una sensibilità strumentale che, in Inghilterra come in tutta Europa, stava riformulando i confini tra i generi.
La produzione di musica in latino di Tye ha subito perdite considerevoli, ma ciò che ci è pervenuto in forma completa dimostra una padronanza tecnica di prima grandezza. Tra le Messe, la Euge bone a sei voci è stata a lungo considerata il suo capolavoro, e forse il pezzo presentato come esercizio per il dottorato del 1545, benché nessuna fonte documentaria lo confermi con certezza. La Western Wynde Mass, costruita su una popolare melodia profana al pari delle omonime Messe di Taverner e Shepherd, mostra invece una faccia diversa di Tye. Tutte le ventinove citazioni della melodia compaiono nella voce del mean, la sola dalla quale Taverner la aveva esclusa nella sua versione, quasi che Tye avesse voluto comporre una risposta o un complemento all'opera del predecessore.
Ciò che rende Tye particolarmente difficile da classificare è la sua posizione biografica e spirituale nel mezzo della più lacerante crisi religiosa che l'Inghilterra abbia conosciuto. La sua produzione di musica sacra è di fatto prevalentemente in latino, per la liturgia cattolica, ma egli non trascurò certo di comporre su testi inglesi anche per la chiesa anglicana, contribuendo alla definizione del modello dell'inno anglicano. Nel 1560 fu ordinato diacono e nel dicembre dello stesso anno divenne pastore, coronando una metamorfosi religiosa che aveva accompagnato, con cautela e pragmatismo, il succedersi di monarchi con fedi opposte, come l'Enrico VIII dei sei matrimoni, il protestante Edoardo VI, la cattolica Maria, e poi Elisabetta. Tye riuscì a navigare con successo questa stagione instabile, componendo musica tanto per le funzioni cattoliche quanto per quelle protestanti. Non si trattava di solo opportunismo, come verrebbe da pensare, ma anche la risposta di un intellettuale e di un artigiano a un'epoca che esigeva duttilità, e che trasformava la liturgia in uno specchio delle politiche di corte.
Enrico VIII era un estimatore di Tye, e si racconta che il re amasse citare il compositore come «il medico dell'arte musicale d'Inghilterra». Eppure, nonostante tale riconoscimento regale e una produzione di indubbia qualità, Tye non ha mai goduto della stessa attenzione discografica riservata a Tallis o a Byrd. Le ragioni di questa asimmetria sono complesse. In parte dipendono dall'incompletezza della sua trasmissione manoscritta, in parte dalla difficoltà di reperire edizioni critiche affidabili, in parte dal fatto che le sue opere maggiori richiedono scelte interpretative coraggiose, come nel caso della ricostruzione della voce tenorile mancante nei partbooks di Peterhouse. È esattamente questo il tipo di sfida che Cinquecento ha scelto di raccogliere.
Fondato nel 2004 e residente a Vienna, il quintetto Cinquecento riunisce cinque cantori provenienti da paesi diversi, portando ciascuno una prospettiva europea alla riscoperta del repertorio rinascimentale. Il nome è di per se già un programma estetico. Un impegno sistematico verso il repertorio del sedicesimo secolo nella sua più ampia accezione geografica. Dal 2005 l'ensemble è residente presso la chiesa di San Rocco e Sebastiano a Vienna, dove esegue ogni settimana una messa polifonica. Questa pratica settimanale di confronto con il repertorio sacro è un dettaglio che definisce un modo di cantare stilisticamente informato e liturgicamente vissuto, capace di restituire alla polifonia rinascimentale quella dimensione rituale che i concerti in sala inevitabilmente modificano.
Tra i numerosi riconoscimenti ottenuti dall'ensemble figura il Diapason d'Or de l'Année 2021 per l'album dedicato alla Missa Wohlauff gut Gsell von hinnen di Heinrich Isaac, e nel 2009 il Deutschlandfunk-Förderpreis per il talento promettente assegnato al Musikfest Bremen. Nel corso degli anni, Cinquecento ha dedicato la propria attenzione prevalentemente al repertorio asburgico e fiammingo, con incursioni nella musica spagnola e italiana del periodo; l'album dedicato a Tye rappresenta quindi un'apertura verso la tradizione insulare inglese che arricchisce la prospettiva dell'ensemble e lo mette alla prova su un terreno armonico e contrappuntistico diverso da quello continentale.
Chi ha ascoltato Cinquecento in concerto ha potuto apprezzare la loro capacità di caratterizzazione ricca e dettagliata, la fragranza sensuale del suono e l'abilità di muovere la musica con una forza architettonica accompagnata da una coerenza interna avvincente. L'approccio con una sola voce per parte consente una chiarezza e un equilibrio difficilmente raggiungibili con formazioni corali più ampie. È proprio questa trasparenza che si rivela preziosa nell'affrontare la scrittura di Tye, il cui contrappunto a cinque voci tende a costruire aggregati armonici densi, in cui ogni linea rivendica un'autonomia melodica propria. La riduzione all'essenziale impedisce che il tessuto si opacizzi; le parti reali di fatto restituiscono in piena luce i rapporti di tensione e risoluzione restituendo compiutamente il nerbo dell'argomentazione musicale.
Nel Credo della Peterhouse Mass, ad esempio, il trattamento dei passi dottrinali più impegnativi rivela un compositore che usa l'armonia come strumento di articolazione teologica. Il salto di quarta diminuita al testo «consubstantialem Patri», già menzionato, è una scelta deliberata che marca il punto di tensione massima del testo, il mistero della coessenzialità tra Padre e Figlio, con un'asperità intervallare che disturba l'orecchio e lo costringe a un'attenzione diversa. In questo Tye si avvicina, per dinamica espressiva se non per cronologia, a quella tradizione madrigalistica di word-painting che nel medesimo torno d'anni stava elaborando in Italia un lessico semantico del suono. Che Tye facesse parte di reti di scambio con la musica continentale è difficile da dimostrare documentariamente, ma la convergenza di soluzioni tecniche suggerisce una permeabilità culturale che non può essere casuale.
Il valore di questo diciassettesimo album di Cinquecento per Hyperion non risiede dunque soltanto nella qualità esecutiva, che è eccellente e coerente con la sua reputazione, ma nella scelta stessa del repertorio. Portare la Peterhouse Mass in sala di incisione significa compiere un atto di musicologia applicata, un atto che è quello di ricostruire, verificare, interpretare e restituire all'ascolto una partitura che altrimenti rimarrebbe confinata nelle biblioteche e negli studi degli specialisti. Paul Doe, nel lavoro di ricostruzione della voce tenorile mancante, ha assunto un rischio filologico che l'ensemble ha trasformato in fatto musicale vivo. Il risultato è un disco che parla sia agli storici della musica sia a chi della musica vuole semplicemente godere, e che colma almeno in parte un'ingiustizia della ricezione critica durata troppo a lungo.
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