Esce per Arcana il nuovo disco dell'Accademia dell'Annunciata diretta da Riccardo Doni, con il soprano Laura Catrani. Virtuosissima Sirena offre un ritratto della compositrice veneziana che fu, tra il 1644 e il 1664, l'autrice più prolifica di cantate da camera dell'intero Seicento europeo. Un album atteso, che si inserisce nel contesto di riscoperta e rivalutazione delle compositrici dimenticate, con una maturità interpretativa che va oltre il gesto culturale, restituendo la Strozzi non come simbolo ma come compositrice di primissimo rango nel paesaggio musicale della Venezia del Seicento.
Nella Venezia del Seicento, dove la vita intellettuale scorreva tra le veglie delle accademie private e il frastuono del teatro pubblico appena nato, una donna riuscì a pubblicare più musica di qualsiasi altro compositore suo contemporaneo. Non un caso, né capriccio della sorte, ma risultato di una volontà straordinaria, esercitata in condizioni di costante precarietà sociale, all'interno di un sistema culturale che concedeva alle donne la possibilità di cantare ma raramente quella di comporre, e quasi mai quella di pubblicare.
Barbara Strozzi, battezzata a Venezia il 6 agosto 1619 e morta a Padova l'11 novembre 1677, pubblicò tra il 1644 e il 1664 otto raccolte di musica vocale, per un totale che supera il centinaio di composizioni. Nessun altro compositore del Seicento italiano eguagliò questa produzione nel genere della cantata da camera. Il nuovo disco dell'etichetta Arcana, intitolato Virtuosissima Sirena, porta questa musica davanti all'ascoltatore contemporaneo con una cura e una coerenza artistica che raramente si incontrano nelle incisioni del repertorio sei-settecentesco minore.
L'Accademia dell'Annunciata, ensemble che ha costruito negli anni una reputazione solida nel repertorio barocco veneziano, è guidata da Riccardo Doni con una sensibilità che lascia ampio spazio alla voce senza rinunciare alla densità dell'accompagnamento. Laura Catrani affronta il corpus strozziano con una presenza vocale intensa, capace di modulare le esigenze contrastanti del recitativo espressivo e dell'aria strofica, della lamentazione e dell'arietta brillante. Il risultato è un album che merita ascolto prolungato e, soprattutto, riflessione.
Quello che questo album riesce a restituire meglio di molti suoi predecessori discografici è il senso di continuità stilistica e culturale all'interno di un momento preciso della storia musicale veneziana. Doni ha costruito un programma che racconta questo ambiente senza dichiararlo, lasciando che la musica faccia il lavoro. Virtuosissima Sirena si snoda in un percorso antologico che copre tre degli opus più significativi della Strozzi, il secondo, il settimo e l'ottavo, con l'aggiunta di tre brani strumentali affidati alle sole forze dell'ensemble. La reputo una scelta in quanto offre all'ascoltatore sia la dimensione cameristica della voce sola con continuo sia la possibilità di misurare lo stile vocale della Strozzi in un contesto sonoro più ampio, quello della Venezia strumentale degli stessi decenni.
Tra i momenti più intensi del programma si colloca Lagrime mie, lamento incluso nei Diporti di Euterpe Op. 7, pubblicati nel 1659. La cantata, su testo attribuito a Sebastiano Baldini, racconta di un amante la cui amata Lidia è stata rinchiusa dal padre severo, e che implora le sue stesse lacrime di sgorgare finalmente. La struttura formale è quella classica della cantata secentesca, con sezioni alternate di recitativo e arioso, ma la Strozzi la tratta con una libertà che sorprende per la sua modernità. Il recitativo non è mai secco, mai puramente sillabico, ma si carica di coloriture espressive che lo avvicinano all'arioso, mentre le sezioni più cantabili acquisiscono un peso drammatico che le allontana dall'aria strofica convenzionale. Catrani affronta questo brano con una maturità interpretativa che evita la tentazione, frequente in questo repertorio, di enfatizzare le lacrime fino alla ridondanza. La voce rimane controllata anche nelle dissonanze più ardite, e proprio questa compostezza amplifica il dolore invece di illustrarlo.
Di tutt'altra natura, ma non meno significativa, è la grande cantata L'amante segreto dall'Op. 2, un brano che richiede alla voce di sostenere lunghi archi melodici e al tempo stesso di abitare le brevi cellule ritmiche dell'arioso con la stessa convinzione. Qui la Strozzi mostra la propria capacità di gestire la propulsione drammatica senza ricorrere alla convenzione operistica. Non c'è un momento in cui la musica sembra citare il teatro. Ogni gesto appartiene alla sfera privata della cantata, non a quella pubblica della scena. La critica strozziana, a partire dal fondamentale contributo di John Walter Hill, ha insistito su questo punto, distinguendo lo stile della Strozzi da quello dei compositori romani come Carissimi, suoi contemporanei ma lontani per grammatica formale e sensibilità espressiva.
Che si può fare, dall'Op. 8, ultimo dei volumi pubblicati dalla compositrice nel 1664, è costruita su un basso ostinato, procedimento tecnico caro alla tradizione veneziana e al teatro monteverdiano, che la Strozzi impiega ossessivamente, specchio dell'interrogativo senza risposta che il testo pone. Catrani trasforma quella domanda in un moto interiore che cresce per accumulazione, e la scelta di Doni di mantenere il continuo in posizione quasi trasparente permette alla linea vocale di emergere senza sostegno, esponendosi con un'efficacia che colpisce.
Intorno a questo nucleo vocale, il disco inserisce tre composizioni strumentali che svolgono una preziosa funzione di contestualizzazione storica. La Sonata Duodecima di Dario Castello, tratta dal Libro secondo delle Sonate concertate in stil moderno pubblicato a Venezia nel 1629, è uno dei gioielli del repertorio strumentale veneziano del primo Seicento. Castello, descritto come capo di compagnia de musichi d'instrumenti da fiato presso la basilica di San Marco, scrisse musica capace di unire virtuosismo e profondità, con sezioni rapide e brillanti che cedono improvvisamente a passaggi lenti di intensa cantabilità.
La Savorgniana di Giovanni Legrenzi, dalle Sonate a due e tre stromenti Op. 2 del 1655, completa il pannello strumentale portando l'ascoltatore verso la generazione successiva. Legrenzi, che di lì a qualche anno sarebbe diventato maestro di cappella a San Marco, rappresenta di fatto il ponte tra il mondo della Strozzi e l'alto Barocco veneziano che culmina in Vivaldi.
Resta evidente che Virtuosissima Sirena si configura tra le risposte discografiche più compiute a quella esile rivalutazione accademica che prese avvio negli anni Settanta con Ellen Rosand e che ha impiegato decenni a tradursi in esecuzioni all'altezza. Ogni incisione precedente ha aggiunto una prospettiva, approfondito un opus, spostato di poco l'asse interpretativo. Catrani e Doni si inseriscono in questo percorso con la consapevolezza di chi non deve più dimostrare il valore della Strozzi, ma può permettersi di abitarne la musica con libertà e convinzione.
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