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𝐶𝑎𝑛𝑡𝑎𝑚𝑖, 𝑜 𝐷𝑖𝑣𝑎: torna il Monteverdi Festival di Cremona con quattro dive e un'ambizione europea

Quattro figure femminili, tre secoli di musica, una prima assoluta in epoca moderna e una commissione contemporanea che sfida il confine tra passato e presente. E' quello che emerge dalla presentazione della 43ª edizione del Monteverdi Festival di Cremona presso la Sala Spadolini del Ministero della Cultura a Roma. L'attesa manifestazione si candida a essere uno degli appuntamenti più significativi del panorama europeo della musica antica nel 2026. Dalla Poppea di Monteverdi alla Teodora di Montalbetti, il centro rinascimentale lombardo ridisegna i confini del barocco.


Da più di quarant'anni il Monteverdi Festival di Cremona rappresenta il principale appuntamento italiano dedicato alla musica del divin Claudio e, per estensione, all'intera tradizione del teatro musicale del Seicento. Fondata nel solco della vocazione cremonese alla musica - città che aveva visto nascere il compositore nel 1567 e che ancora oggi custodisce il patrimonio liutario più importante al mondo raccolto nell'Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino - la manifestazione ha saputo negli ultimi anni compiere un salto qualitativo che lo avvicina per ambizione e profondità artistica ai grandi appuntamenti europei della musica barocca. 

La 43ª edizione, la prima sotto la guida del nuovo direttore artistico Andrea Nocerino, presenta un programma che pone con decisione la questione del teatro musicale secentesco come forma viva, capace di interrogare la sensibilità contemporanea attraverso la forza inalterata dei suoi personaggi. Il riconoscimento di "assoluto prestigio internazionale" conferito al Festival ai sensi della legge 238/2012, reso strutturale e permanente dal Parlamento lo scorso dicembre, premia la qualità artistica, la visione culturale e la capacità organizzativa costruite in questi anni. 

Alla Conferenza stampa di presentazione, svoltasi alla presenza del Sottosegretario di Stato alla Cultura Gianmarco Mazzi, del Sindaco Andrea Virgilio, dell'Assessore regionale Francesca Caruso e del regista residente Roberto Catalano, è emerso con chiarezza il disegno complessivo dell'edizione: un Festival che si fa Opera Festival, con quattro nuove produzioni sceniche al centro di un cartellone diffuso in teatri, chiese e palazzi storici della città.

Al cuore della programmazione sta L'incoronazione di Poppea, ultima opera di Monteverdi, composta con tutta probabilità nel 1642 e rappresentata al Teatro Santi Giovanni e Paolo di Venezia nel carnevale del 1642–43. Si tratta di un'opera che la musicologia ha lungamente discusso, segnatamente alla questione attributiva non ancora definitivamente risolta, poiché le due copie manoscritte degli anni Cinquanta del Seicento mostrano divergenze significative tra loro e rispetto al libretto di Gian Francesco Busenello. 

A distinguerla da quasi tutto il teatro musicale che l'aveva preceduta è tuttavia una scelta di materia drammatica senza precedenti: non gli dei e gli eroi del mito, ma i protagonisti scomodi e moralmente ambigui della storia romana, desunti da Tacito e Svetonio, con Poppea che sale al trono non per grazia divina ma per calcolo, bellezza e volontà. Che l'opera sia interamente di pugno monteverdiano o frutto di una collaborazione con altri compositori, non indebolisce la sua forza drammatica che rimane intatta e incontestabile; difficile sarebbe immaginare una paternità che ne spieghi meglio la profondità psicologica se non quella del vecchio maestro cremonese, allora più che settantenne, al culmine di una vita dedicata a fare della musica lo strumento più raffinato della parola.

La Poppea ha in sé qualcosa di perturbante che il tempo non ha attenuato. La trilogia veneziana si chiude sulla decadenza dell'impero romano con un affresco morale in cui i personaggi si muovono in un mondo cinicamente privo di redenzione, eppure la musica di Monteverdi - i bassi ostinati, i recitativi ariosamente flessibili, le arie che sembrano nascere dall'inflessione stessa del discorso - trasforma anche la figura più ambigua in qualcosa di riconoscibile e vivo. Il duetto finale "Pur ti miro, pur ti godo", la cui attribuzione monteverdiana è anch'essa incerta, è una delle più vertiginose pagine della storia dell'opera: due voci che si inseguono in un abbraccio armonico costruito sulla seduzione più che sull'amore, sul possesso più che sulla grazia.

Al Festival 2026 L'incoronazione di Poppea torna con una nuova produzione firmata dal regista Roberto Catalano, artista residente presso la Fondazione Teatro Ponchielli per il 2026, che ne propone una lettura inedita e sperimentale. L'esecuzione è affidata a Les Arts Florissants, ensemble fondato da William Christie nel 1979 e oggi una delle formazioni più autorevoli nel panorama internazionale della prassi esecutiva storicamente informata, con Paul Agnew, co-direttore principale, alla guida, una presenza che garantisce alla produzione una solidità filologica e una coerenza stilistica difficilmente raggiungibili altrove. Nel cast spiccano Benedetta Torre nel ruolo di Poppea e il controtenore israeliano Maayan Licht come Nerone, scelta coerente con la tradizione della prassi storicamente informata, secondo cui il personaggio, originariamente concepito per un soprano castrato, trova nel controtenore l'interprete più fedele allo spirito della partitura. 

Un workshop accompagnerà il pubblico alla scoperta dell'opera anche attraverso una guida all'ascolto in programma il 7 giugno al Ridotto del Teatro Ponchielli, in cui Catalano e Agnew dialogheranno con il giornalista e critico musicale Alberto Mattioli per svelare le ragioni drammaturgiche e interpretative di una produzione che si preannuncia tra le più attese della stagione. L'11 giugno a Palazzo Cavalcabò, sarà invece la Fondazione Ugo e Olga Levi di Venezia a condurre un incontro di studio intitolato Claudio Monteverdi nel Novecento, dedicato all'Incoronazione di Poppea e aperto a curiosi e appassionati.

La vera scommessa filologica del Festival è Le nozze di Teti e Peleo di Francesco Cavalli, proposta per la prima volta in epoca moderna a 387 anni dalla sua creazione. Il titolo fu rappresentato al Teatro San Cassiano di Venezia il 24 gennaio 1639 su libretto di Orazio Persiani, e questa ricostruzione moderna, affidata alla perizia testuale del Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell'Università di Pavia con sede a Cremona, rappresenta un atto di restituzione musicale di notevole importanza. Riportare sul palcoscenico un opera che la storia aveva sepolto significa non soltanto soddisfare la curiosità degli specialisti, ma restituire al pubblico contemporaneo una testimonianza preziosa degli esordi del teatro musicale veneziano.

Il lavoro di Cavalli mostra già i tratti stilistici che renderanno il compositore famoso in tutta Europa: la padronanza del recitativo come strumento di caratterizzazione psicologica, l'uso delle diminuzioni per scolpire i personaggi e una capacità di gestire il tempo drammatico che deriva direttamente dalla lezione di Monteverdi pur aprendosi verso soluzioni più ariose e pittoresche. La regia di Chiara D'Anna e la direzione di Antonio Greco con Cremona Antiqua promettono un approccio attento sia alla filologia sia alla comunicazione scenica. La scelta di dedicare questa prima assoluta in tempi moderni al 350° anniversario della morte di Cavalli conferisce all'operazione anche la forza simbolica di un tributo doveroso. Il 14 giugno, al Ridotto del Teatro Ponchielli la regista Chiara D'Anna, il direttore Antonio Greco e il critico Alberto Mattioli accompagnano il pubblico alla scoperta de Le nozze di Teti e Peleo di Cavalli.

Il 18 giugno a Palazzo Raimondi, il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell'Università di Pavia illustra nel dettaglio il percorso Dal manoscritto all'orchestra, svelando il lavoro di trascrizione e ricostruzione compiuto per portare Cavalli dal fondo di una biblioteca al palcoscenico del Teatro Ponchielli. 

Il Festival allarga la sua prospettiva geografica e stilistica ospitando al Teatro Bibiena il Dido and Aeneas di Henry Purcell, affidato a Michele Pasotti e all'ensemble La Fonte Musica. La scelta di Purcell si inscrive in una logica narrativa precisa che si genera dal seme gettato da Monteverdi con L'Orfeo nel 1607, un seme che germoglia attraversando Venezia, filtra attraverso l'esperienza parigina di Cavalli e arriva all'Inghilterra della Restaurazione, dove Purcell ne raccoglie l'eredità per creare, tra il 1683 e il 1688 circa, la prima opera tragica britannica di rilevanza europea. Il cast prevede Luciana Mancini come Didone, Mauro Borgioni come Enea, Carlotta Colombo come Belinda e Margherita Maria Sala come la Maga. Il 13 giugno al Ridotto del Teatro Ponchielli, il compositore Mauro Montalbetti, la regista Barbara Roganti e il direttore Michele Pasotti guidano la guida all'ascolto Sante, dive, imperatrici, dedicata a Teodora Imperatrice e al Dido and Aeneas di Purcell.

La sfida più audace di questa 43ª edizione è la commissione di Teodora Imperatrice, opera in forma di mosaico al compositore italiano Mauro Montalbetti. Per la prima volta nella storia del Festival una commissione d'opera contemporanea entra nel programma con pari dignità rispetto ai titoli storici, scritta per ensemble di strumenti antichi su libretto e regia di Barbara Roganti, con la voce di Roberta Mameli nel ruolo del titolo. La figura di Teodora, moglie di Giustiniano e imperatrice di Bisanzio nel VI secolo, consente di esplorare un archetipo femminile di potere che si colloca idealmente nel solco tematico del Festival. Montalbetti stesso ha definito la sua opera una sfida, con la musica barocca che ha un linguaggio ben definito capace di essere incarnato anche nella regia e nella scrittura odierna.

Il concerto inaugurale affidato a Leonardo García-Alarcón con la Cappella Mediterranea e il Choeur de Chambre de Namur propone il Vespro della Beata Vergine nella monumentale Chiesa di Sant'Agostino di Cremona, il 7 giugno alle ore 18.00. Il direttore argentino-svizzero ha sviluppato nel tempo un approccio al repertorio monteverdiano caratterizzato da una vitalità ritmica e da una varietà di colori che lo distingue nettamente dalle letture più austere del passato, restituendo alla partitura quella ricchezza di affetti e di accenti che la tradizione esecutiva aveva spesso sacrificato in nome di un rigore formale fine a se stesso. 

Una settimana dopo, l'Auditorium Arvedi ospita Ian Bostridge con Fretwork e la liutista Kristiina Watt per un concerto monografico dedicato a John Dowland nel quarto centenario della morte, autore che rappresenta uno dei vertici assoluti della letteratura vocale e liutistica del tardo Rinascimento inglese. Il 18 giugno, alla Chiesa di San Michele, Giovanni Legrenzi è invece ricordato nel quarto centenario della nascita attraverso un programma che percorre la diffusione dello stile veneziano in Europa, da Legrenzi stesso fino a Scarlatti, Bach e Haendel, con Antonio Greco e Cremona Antiqua.

Il Festival non si esaurisce nei grandi titoli operistici. Il 28 maggio, in anteprima al Teatro Ponchielli, Cecilia Bartoli apre idealmente la stagione con un gala concert insieme a Les Musiciens du Prince diretti da Gianluca Capuano, appuntamento che anticipa il clima festivo dell'intera manifestazione. Il 6 giugno, nella Piazza del Comune, un flashmob corale intitolato La fortuna è un instabile equilibrio coinvolge gruppi vocali amatoriali e professionali del territorio in un evento partecipato che restituisce Monteverdi alla città prima ancora che al teatro. Il 10 giugno, nel Cortile di Palazzo Fodri, il concerto La musica, ancella della poesia affida ai giovani dell'ensemble Gli Animosi del Monteverdi, guidati da Carlo Ipata, un percorso che va dall'Orfeo fino alla diffusione del teatro musicale veneziano in Europa. Il 17 giugno, nella Chiesa di Santa Lucia, l'Orchestra Barocca di Cremona diretta da Giovanni Battista Columbro propone Musiche per li superni chiostri, un programma di musica sacra dedicato ai compositori del territorio cremonese, da Monteverdi a Tarquinio Merula. Il 20 giugno, all'Auditorium Arvedi, il soprano Silvia Frigato con l'Ensemble Mare Nostrum e Andrea De Carlo porta in scena La dea delle scene, omaggio ad Alessandro Stradella in dialogo con Monteverdi. Il Festival si chiude il 21 giugno con Amor tiranno, concerto conclusivo al Teatro Ponchielli in cui il controtenore Carlo Vistoli, diretto da Filippo Pantieri con l'ensemble Sezione Aurea, raccoglie le grandi arie di Monteverdi, Cavalli, Cesti e Stradella in un congedo sontuoso e appassionato.

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