Fede e Bellezza, la Missa Nigra sum e i suoi modelli. De labyrintho a Frascati chiude le Giornate palestriniane
Volgono al termine le Giornate palestriniane con il concerto conclusivo di De labyrintho, che propone un programma costruito intorno alla Missa Nigra sum di Giovanni Pierluigi da Palestrina e alle sue radici franco-fiamminghe. Nel pomeriggio, presso l’Accademia Vivarium novum, una tavola rotonda dedicata al rapporto tra il sacro, l’arte e i social media apre la giornata con momenti musicali affidati al coro femminile Euphoné. Entrambi gli appuntamenti sono a ingresso libero, con prenotazione obbligatoria per la tavola rotonda.
Nel clima reverenziale che ha a lungo circondato la musica di Palestrina si è radicata l’idea di uno stile sorto in forma compiuta, privo di antecedenti riconoscibili, e separato da un vuoto tra Josquin e la generazione romana di metà secolo. L’Héritier, insieme ad Andreas de Silva, Hilaire Penet e Cristóbal de Morales, occupa invece quello spazio intermedio. Il mottetto Nigra sum a cinque voci ne offre una testimonianza esemplare, con una scrittura imitativa distesa e una tessitura sonora compatta che prefigura tratti destinati a stabilizzarsi nella pratica palestriniana.
Nato intorno al 1480 nel territorio della diocesi di Thérouanne, L’Héritier fu allievo di Josquin des Prez e, a partire dal primo decennio del Cinquecento, soggiornò a più riprese in Italia, lasciando tracce significative negli archivi vaticani. La sua attività contribuì in modo determinante alla diffusione dello stile franco-fiammingo nella penisola. Del mottetto Nigra sum sopravvivono versioni a quattro, cinque e sei voci, testimonianza di una circolazione ampia e di una prassi adattiva. Alcuni profili intervallari e cellule motiviche ricorrenti attraversano queste redazioni e riaffiorano, rielaborati, nella Missa di Palestrina e nelle intonazioni coeve di Victoria e de Silva, assumendo funzione strutturale all’interno dell’architettura compositiva.
La produzione di Jean L’Héritier comprende almeno quarantotto mottetti documentati, non tutti pervenuti, alcuni dei quali furono in passato attribuiti ad Adrian Willaert, Jean Mouton e Philippe Verdelot, a testimonianza della forte affinità stilistica. Sul piano tecnico, le opere si collocano in una posizione di passaggio tra il mondo di Josquin e quello della generazione successiva; nelle composizioni più tarde la densità imitativa si distende, l’equilibrio tra le voci si stabilizza e il contrappunto acquista una fluidità che prefigura soluzioni poi sistematizzate a Roma nella seconda metà del secolo.
La fortuna della sua musica fu considerevole. Le composizioni compaiono in un numero elevato di manoscritti e raccolte a stampa del Cinquecento, diffuse in aree geografiche ampie che comprendono Spagna, territori asburgici, area boema e polacca, Francia e Italia. Questa circolazione, insieme al lungo soggiorno romano e alla presenza negli archivi vaticani, contribuì a fare di L’Héritier, accanto a Willaert, uno dei principali mediatori dello stile franco-fiammingo nella penisola.
La Missa Nigra sum, pubblicata nel 1590 ma verosimilmente composta in anni precedenti, segue il modello con un grado di adesione particolarmente elevato. In molti movimenti l’incipit del mottetto funge da elemento generativo riconoscibile, configurando una rete di richiami interni lungo l’intero ordinario. Le messe di parodia precedono, nel catalogo palestriniano, quelle fondate su materiali propri e rappresentano un momento essenziale di assimilazione delle tecniche dei maestri franco-fiamminghi e iberici, largamente disponibili a stampa già nella prima metà del secolo.
Alcuni elementi derivati dal modello di L’Héritier assumono nella Missa funzioni espressive differenziate. Figure discendenti associate al testo emergono, ad esempio, nel “descendit de caelis” del Credo con evidente valore retorico, mentre passaggi analoghi nel “miserere nobis” del Gloria e nel “dona nobis pacem” concorrono a definire un profilo espressivo più raccolto. A queste ricorrenze si affianca la presenza sistematica di cellule intervallari, tra cui movimenti di terza, che contribuiscono alla coesione dell’intero ciclo.
Lo Stabat Mater a otto voci, probabilmente composto negli ultimi anni di attività del compositore, si impose rapidamente come uno dei brani più apprezzati nel repertorio della cappella pontificia e fu associato in modo stabile alla liturgia della Settimana Santa nella Cappella Sistina. Strutturato per doppio coro e articolato in sezioni corrispondenti ai versetti della sequenza, alterna episodi dialogici e momenti di piena sonorità, amplificando la tensione espressiva del testo tradizionalmente attribuito, tra gli altri, a Jacopone da Todi. L’Ave Maria a quattro voci offre, in contrasto, una scrittura più raccolta e lineare.
L’Ave Maria a otto voci di Tomás Luis de Victoria rappresenta uno dei vertici della scrittura policorale iberica del secondo Cinquecento. Il mottetto chiude la raccolta dei Motecta pubblicata a Venezia da Angelo Gardano nel 1572 ed è destinato alla festa dell’Annunciazione; lo stesso Victoria lo ripropose nel 1600 in una versione con parte d’organo. L’apertura presenta un’alternanza tra i due cori su materiale comune, con allusioni al cantus planus nella voce superiore e un uso calibrato di alterazioni che genera tensioni intervallari caratteristiche del suo linguaggio.
Il mottetto a sei voci Musica Dei donum di Orlando di Lasso conclude il programma come testimonianza della fase tarda del compositore. Pubblicato nel 1594 nelle Cantiones sacrae e ripreso nel 1604 nel Magnum opus musicum curato dai figli, appartiene a una stagione in cui il linguaggio si orienta verso una maggiore concentrazione espressiva. La scrittura contrappuntistica, pur mantenendo ricchezza sonora, si distingue per economia di mezzi e chiarezza di articolazione del testo.
Con questo concerto De labyrintho propone una delle rare occasioni d’ascolto di un repertorio che, pur centrale nella riflessione sulla prassi compositiva del secondo Cinquecento, resta marginale nella programmazione corrente. In questo contesto, l’incisione dei The Tallis Scholars diretti da Peter Phillips, pubblicata da Gimell Records nel 1983, continua a costituire un riferimento discografico per verificare sul piano sonoro il rapporto tra il Nigra sum di L’Héritier e la Missa omonima di Palestrina. Il programma di quella registrazione, che accostava il cantus planus, il mottetto di L’Héritier, la Messa parodia e le intonazioni di Victoria e de Silva, rimane un modello di programmazione fondato su consapevolezza storico-analitica, cui il concerto di Frascati sembra voler guardare nella sostanza delle sue scelte.
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