Wert e il canto del dolore: dal Canzoniere alla corte gonzaghesca, il Nono libro secondo La Compagnia del Madrigale
Esce oggi per l'etichetta Glossa l'incisione integrale del Nono libro de madrigali a cinque et sei voci di Giaches de Wert a cura di La Compagnia del Madrigale. La raccolta con intonazioni su testi di Petrarca, Torquato Tasso, Jacopo Sannazaro e Battista Guarini, costruisce un paesaggio affettivo di rara coerenza interna. L'ensemble vocale italiano fondato da Rossana Bertini, Giuseppe Maletto e Daniele Carnovich porta a questa musica una prassi esecutiva maturata in anni di lavoro sistematico sul repertorio madrigalistico tardorinascimentale.
Quando Antonio Gardano pubblica a Venezia, nel 1588, il Nono libro de madrigali a cinque et sei voci di Giaches de Wert, la raccolta giunge al pubblico come documento di una crisi e di una trasformazione al tempo stesso personale e stilistica. Wert, maestro di cappella dei Gonzaga a Mantova da decenni, attraversava in quegli anni una delle stagioni più turbate della propria vita, segnata dall'impossibilità di portare a compimento la relazione con Tarquinia Molza, cantante e letterata che aveva conosciuto nell'orbita della corte estense di Ferrara, dove il concerto delle dame rappresentava l'avanguardia più seguita e discussa della musica vocale italiana. La Molza, cantata da Torquato Tasso nelle sue Rime e celebrata come protagonista della vita intellettuale e mondana della corte di Alfonso II, dovette abbandonare Ferrara nel 1589, allontanata per ragioni legate a quella stessa relazione con il compositore fiammingo.
La scelta dei testi è rivelatrice del grado di consapevolezza con cui Wert costruisce la raccolta. Accanto a intonazioni tratte dal Canzoniere di Petrarca, piedistallo ineludibile della tradizione madrigalistica fin dalle sue origini negli anni Trenta del Cinquecento, figurano versi di Torquato Tasso, di Jacopo Sannazaro e di Battista Guarini, poeti nei quali la sensibilità manieristico-pastorale e la retorica degli affetti trovano formulazioni linguistiche di densità e mobilità assai diverse rispetto alla classicità bembiana. Carol MacClintock, nel suo studio monografico Giaches de Wert, 1535–1596: Life and Works, aveva già rilevato come il debito del Wert maturo nei confronti di Cipriano de Rore nella costruzione dello stile su testi petrarcheschi si attenui progressivamente a partire dal Settimo libro, lasciando spazio a una voce sempre più personale, nella quale il trattamento delle dissonanze, la frammentazione della linea melodica e il contrasto tra registri vocali assumono funzioni espressive di carattere quasi teatrale.
Chiude Padre del ciel, dopo i perduti giorni; l'intonazione del sonetto petrarchesco della penitenza risponde a una logica strutturalmente coerente con l'impianto affettivo dell'intera silloge. Il passaggio dal registro amoroso a quello del pentimento, dalla lingua del desiderio a quella della supplica, definisce all’interno del libro una progressione coerente, mutuata dal modello del canzoniere come macrostruttura narrativa.
Fondato da Rossana Bertini, Giuseppe Maletto e Daniele Carnovich, La Compagnia del Madrigale è oggi il gruppo madrigalistico più accreditato a livello internazionale, distinguendosi per una prassi esecutiva coerentemente informata dalle fonti. Le incisioni dei libri di Carlo Gesualdo, del Primo libro di Luca Marenzio, i progetti monteverdiani e l'antologia dedicata a Cipriano de Rore, hanno costruito una linea di ricerca coerente, nella quale la qualità della fusione timbrica tra le voci e la chiarezza della declamazione sillabica rappresentano le costanti più riconoscibili. I membri fondatori dell'ensemble, pur coltivando carriere solistiche proprie, hanno lavorato fianco a fianco per oltre vent'anni, e la comprensione reciproca maturata in questo percorso ha svolto un ruolo determinante nel portare un livello artistico elevato a formazioni come Concerto Italiano e La Venexiana.
Applicare questa sensibilità al Nono libro significa misurarsi con una partitura in cui la chiarezza dell'articolazione polifonica è tanto necessaria quanto la capacità di tenere insieme piani dinamici e agogici molto differenti all'interno dello stesso brano: la scrittura di Wert del tardo periodo non perdona le soluzioni di comodo. Le alternanze tra voci superiori e inferiori a blocchi separati, tratto caratteristico della fase mantovano-ferrarese del compositore, richiedono un controllo dell'equilibrio tra le parti che non può essere affidato alla sola coesione timbrica dell'ensemble ma deve passare per una precisa gerarchia delle intenzioni interpretative, come dimostra la varietà tecnica dispiegata nei circa duecentotrenta madrigali profani che Wert lascia alla tradizione.
Rispetto ai contemporanei Monteverdi e Gesualdo, Wert è rimasto a lungo ai margini della discografia nonostante la sua riconosciuta centralità nella trasformazione del linguaggio madrigalistico tra gli anni Ottanta del Cinquecento e la prima stagione monteverdiana. Iain Fenlon, nei suoi studi dedicati agli anni di formazione del compositore pubblicati nella «Revue belge de musicologie», aveva già delineato la figura di un musicista capace di operare in contesti culturali diversi, tra la prudenza conservatrice della corte dei Gonzaga e la sperimentazione più spinta dell'ambiente ferrarese, elaborando alcune delle soluzioni più originali del madrigale tardorinascimentale. Il Nono libro è, in questo percorso, il momento in cui quella tensione trova la sua espressione più alta e più governata.
La raccolta si apre con Or si rallegri il Cielo, madrigale di omaggio composto per l'incoronazione del duca di Mantova, in cui Wert padroneggia il tono celebrativo senza rinunciare alla cura costruttiva che caratterizza le pagine più intime della silloge. Sono tuttavia le intonazioni petrarchesche a portare il peso maggiore dell'invenzione. Valle che de' lamenti miei se' piena, su uno dei sonetti più frequentati del Canzoniere, e Quel rossignol, che sì soave piagne sviluppano con continuità narrativa una modalità del lamento che nella scrittura di Wert si traduce in gesti melodici spezzati, in sospensioni armoniche improvvisamente dissolte, in una gestione del tempo musicale che rallenta e accelera seguendo la tensione del verso. Federico Di Santo, in un contributo dedicato ai madrigali tassiani di Wert e alla retorica degli affetti tra poesia epica e musica, pubblicato negli atti del Centro di Studi Tassiani, ha sottolineato come Wert mettesse in pratica in modo assai diretto la lezione tassiana sul rapporto tra materia, genere e stile, elaborando uno stile musicale per l'epica capace di risolvere questioni che la medietas del poema ariostesco non aveva posto con la stessa urgenza.
Chiude Padre del ciel, dopo i perduti giorni; l'intonazione del sonetto petrarchesco della penitenza risponde a una logica strutturalmente coerente con l'impianto affettivo dell'intera silloge. Il passaggio dal registro amoroso a quello del pentimento, dalla lingua del desiderio a quella della supplica, definisce all’interno del libro una progressione coerente, mutuata dal modello del canzoniere come macrostruttura narrativa.
Fondato da Rossana Bertini, Giuseppe Maletto e Daniele Carnovich, La Compagnia del Madrigale è oggi il gruppo madrigalistico più accreditato a livello internazionale, distinguendosi per una prassi esecutiva coerentemente informata dalle fonti. Le incisioni dei libri di Carlo Gesualdo, del Primo libro di Luca Marenzio, i progetti monteverdiani e l'antologia dedicata a Cipriano de Rore, hanno costruito una linea di ricerca coerente, nella quale la qualità della fusione timbrica tra le voci e la chiarezza della declamazione sillabica rappresentano le costanti più riconoscibili. I membri fondatori dell'ensemble, pur coltivando carriere solistiche proprie, hanno lavorato fianco a fianco per oltre vent'anni, e la comprensione reciproca maturata in questo percorso ha svolto un ruolo determinante nel portare un livello artistico elevato a formazioni come Concerto Italiano e La Venexiana.
Applicare questa sensibilità al Nono libro significa misurarsi con una partitura in cui la chiarezza dell'articolazione polifonica è tanto necessaria quanto la capacità di tenere insieme piani dinamici e agogici molto differenti all'interno dello stesso brano: la scrittura di Wert del tardo periodo non perdona le soluzioni di comodo. Le alternanze tra voci superiori e inferiori a blocchi separati, tratto caratteristico della fase mantovano-ferrarese del compositore, richiedono un controllo dell'equilibrio tra le parti che non può essere affidato alla sola coesione timbrica dell'ensemble ma deve passare per una precisa gerarchia delle intenzioni interpretative, come dimostra la varietà tecnica dispiegata nei circa duecentotrenta madrigali profani che Wert lascia alla tradizione.
Rispetto ai contemporanei Monteverdi e Gesualdo, Wert è rimasto a lungo ai margini della discografia nonostante la sua riconosciuta centralità nella trasformazione del linguaggio madrigalistico tra gli anni Ottanta del Cinquecento e la prima stagione monteverdiana. Iain Fenlon, nei suoi studi dedicati agli anni di formazione del compositore pubblicati nella «Revue belge de musicologie», aveva già delineato la figura di un musicista capace di operare in contesti culturali diversi, tra la prudenza conservatrice della corte dei Gonzaga e la sperimentazione più spinta dell'ambiente ferrarese, elaborando alcune delle soluzioni più originali del madrigale tardorinascimentale. Il Nono libro è, in questo percorso, il momento in cui quella tensione trova la sua espressione più alta e più governata.
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