Aquinas in Polyphony, la voce e la carne del sacro: la lezione fiamminga di Graindelavoix fra teologia e vertigine sonora
Il debutto romano di Graindelavoix a Santa Maria della Scala trasforma “Aquinas in Polyphony” in uno degli appuntamenti più significativi degli ultimi anni dedicati alla polifonia rinascimentale. L’ensemble diretto da Björn Schmelzer ha restituito una polifonia di impressionante densità espressiva, nella quale la materia vocale e la sensibilità della scuola franco-fiamminga, profondamente plasmata dall’esperienza italiana, si sono poste al servizio della parola teologica di Tommaso d’Aquino.
Nell’ambito del convegno internazionale “Thomas Aquinas as Philosopher”, promosso dall’Accademia Nazionale dei Lincei, dalla Società italiana per lo studio del pensiero medievale e dal comitato scientifico coordinato da Pasquale Porro, la chiesa di Santa Maria della Scala ha ospitato ieri sera uno degli appuntamenti musicali più significativi degli ultimi anni nel panorama europeo della musica antica. “Aquinas in Polyphony by Josquin and his Circle”, affidato all’ensemble belga Graindelavoix diretto da Björn Schmelzer, ha trasformato il concerto celebrativo conclusivo del trittico tommasiano in un’esperienza sonora di rara intensità, capace di riportare la polifonia rinascimentale alla sua originaria dimensione rituale, corporea e spirituale. Il debutto romano dell’ensemble ha assunto così il carattere di un evento straordinario, seguito da un pubblico attentissimo e culminato, dopo il Miserere conclusivo di Josquin Desprez, in una lunga standing ovation che ha prolungato per diversi minuti la tensione emotiva della serata.
Il programma concepito da Schmelzer gravitava attorno alla dimensione eucaristica della poesia di Tommaso d'Aquino. Gli inni e le sequenze eseguiti appartengono infatti al corpus composto dall’Aquinate per l’ufficio del Corpus Domini istituito da papa Urbano IV nel 1264. Testi come il Panis angelicus, il Lauda Sion Salvatorem, il Verbum supernum prodiens e l’Adoro te devote rappresentano uno dei vertici della poesia liturgica medievale latina, dove densità teologica e tensione contemplativa convivevano in un equilibrio di straordinaria efficacia retorica e speculativa. In questo quadro la Missa Pange Lingua costituiva il centro simbolico dell’intero itinerario musicale. La struttura polifonica prendeva forma dalla trasformazione continua del materiale gregoriano originario attraverso procedimenti imitativi e un saldo equilibrio contrappuntistico. Nella lettura di Graindelavoix, la Missa Pange Lingua ha trovato il proprio assetto più compiuto in una tensione continua fra visione sonora, densità teologica e costruzione simbolica.
L’esecuzione della grande messa tarda di Josquin ha restituito, con impressionante evidenza, la capacità dell’ensemble di trasformare la scrittura polifonica in organismo vivente. Fondata sull’inno Pange lingua gloriosi corporis mysterium attribuito a Tommaso, la composizione è emersa, lontano da qualsiasi idea di astratta perfezione contrappuntistica, come uno spazio attraversato da tensioni fisiche, attriti timbrici e vibrazioni continuamente cangianti. Graindelavoix ha evitato deliberatamente qualsiasi neutralizzazione estetizzante della polifonia. Le linee vocali non cercavano l’omogeneità levigata tipica di parte della tradizione anglosassone della cosiddetta Historically Informed Performance, ma esponevano il suono nella sua ruvidità materica, nella sua fragilità umana, nella sua instabilità quasi tattile.
È precisamente qui che il lavoro di Schmelzer assume la propria radicalità. D'altro canto il riferimento al celebre saggio “Le grain de la voix” di Roland Barthes preso a manifesto dall'ensemble, rappresenta il fondamento di un’estetica vocale precisa. La voce quindi, viene trattata come evento fisico prima ancora che come vettore astratto di intonazioni e strutture. Il “grano” barthesiano, ovvero quella dimensione corporea della vocalità che sfugge alla pura codificazione tecnica, è emersa costantemente nell’emissione dei cantori attraverso "vibrati" a volte irregolari, microtensioni timbriche, respiri udibili, consonanti scolpite quasi per attrito. Nulla è apparso levigato o anestetizzato. La polifonia a Santa Maria della Scala, tornava a essere gesto umano, presenza carnale, materia sonora esposta al rischio.
Come già scrissi, qui siamo lontani dalla trasparenza ieratica che caratterizza da certi ensemble storici; dimenticate The Tallis Scholars o The Hilliard Ensemble. Graindelavoix propone una concezione profondamente diversa dell’autenticità storica. Non una filologia intesa come restituzione dell’oggetto musicale, ma una vera e propria archeologia della vocalità, nella quale il corpo dell’interprete diventa parte integrante della comprensione storica del repertorio. In questa prospettiva la musica smette di essere pura architettura sonora sospesa fuori dal tempo, recuperando invece la propria origine rituale, comunitaria, persino conflittuale. L’impressione, durante l’ascolto, era quella di assistere non a una “ricostruzione” del passato, ma alla sua improvvisa riattivazione.
Questa impostazione interpretativa ha trovato particolare evidenza nei brani interpolati fra le sezioni della Missa Pange Lingua. Il Panis angelicus e il Verbum supernum prodiens di Gaspar van Weerbeke rivelavano una sorprendente plasticità declamatoria, mentre il Lauda Sion Salvatorem di Antoine Brumel si è imposto per la tensione continua fra ampiezza architettonica e mobilità retorica del testo. Straordinario anche l’inserimento dei brani anonimi provenienti dall’Occo Codex e dalle stampe di Ottaviano Petrucci, che contribuivano a ricostruire la concreta circolazione della musica liturgica nel primo Cinquecento europeo.
Ma è stato soprattutto il Miserere mei Deus finale a trasformare il concerto in qualcosa di difficilmente dimenticabile. La celebre composizione di Josquin, probabilmente legata alla memoria di Girolamo Savonarola, veniva affrontata da Schmelzer come un lento precipitare nella dimensione penitenziale del suono. Il celebre ostinato del “Miserere mei Deus”, reiterato quasi ossessivamente, perdeva ogni funzione puramente strutturale per diventare respiro collettivo, invocazione scavata nella materia stessa della voce. Qui Graindelavoix raggiungeva uno dei vertici più alti della serata. Le dissonanze sembravano aprirsi come ferite sonore, i silenzi acquisivano peso fisico, mentre il tempo musicale appariva sospeso in una dimensione quasi liturgica. Raramente, almeno negli ultimi anni, la polifonia rinascimentale è apparsa tanto distante dall’idea di repertorio museale e tanto vicina invece a un’esperienza immediata, perturbante, profondamente umana.
Il lunghissimo applauso finale, culminato in una standing ovation da parte di un pubblico composto in larga misura da studiosi, musicologi e specialisti del repertorio medievale e rinascimentale, ha confermato la percezione condivisa di trovarsi di fronte a un evento di assoluta eccezione. Non soltanto per l’importanza del programma o per il debutto romano di Graindelavoix, ma per la rara capacità dell’ensemble di restituire alla musica antica il suo carattere originariamente inquieto, fisico e vitale.
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