Flammae divinae, il Seicento olandese tra fuoco e devozione: Consort of Musicke svela il capolavoro dimenticato di Verrijt
Pubblicata nel luglio 2025 come riedizione del catalogo NM Classics, la registrazione di “Flammae divinae, Op. 5” di Jan Baptist Verrijt riporta all’attenzione uno dei repertori più significativi e meno frequentati del Seicento neerlandese. Affidato al Consort of Musicke diretto da Anthony Rooley con la partecipazione di Emma Kirkby, il disco documenta l’incontro tra la tradizione polifonica franco fiamminga e il nuovo linguaggio concertante italiano in una raccolta di mottetti e messe che testimonia la complessa vita musicale cattolica nella Repubblica delle Province Unite del XVII secolo.
Nel panorama della musica sacra del Seicento europeo, il nome di Jan Baptist Verrijt rimane ancora oggi relativamente marginale rispetto ai grandi protagonisti italiani e tedeschi del primo barocco. Eppure la ripubblicazione di “Flammae divinae, Op. 5”, per Brilliant Classics, affidata al Consort of Musicke diretto da Anthony Rooley con la partecipazione di Emma Kirkby, consente di tornare su una figura decisiva per comprendere la ricezione dello stile italiano nei Paesi Bassi del XVII secolo. Il disco, pubblicato nel luglio 2025 come riedizione del catalogo NM Classics, recupera una registrazione realizzata a Rotterdam nel maggio del 2000 e restituisce una delle testimonianze più significative della cultura musicale cattolica nell’Olanda protestante dell’età barocca.
Jan Baptist Verrijt, nato probabilmente a Oirschot attorno al 1600 e morto a Rotterdam nel 1650, fu organista della Grote of Sint-Laurenskerk di Rotterdam tra il 1644 e la morte. Gran parte della sua produzione è andata perduta; proprio per questo “Flammae divinae” assume un valore documentario eccezionale. L’opera, pubblicata ad Anversa nel 1649, comprende sei mottetti a due voci, dodici a tre voci e due messe a tre parti, costituendo l’unico corpus consistente sopravvissuto del compositore. La musicologia neerlandese del secondo Novecento ha progressivamente rivalutato Verrijt come una delle personalità più rilevanti del Seicento olandese insieme a Jan Pieterszoon Sweelinck.
Il contesto storico nel quale queste pagine nacquero è particolarmente significativo. Durante il cosiddetto Secolo d’Oro della Repubblica delle Province Unite, la centralità musicale europea apparteneva ormai all’Italia. I modelli monteverdiani, la nuova pratica concertante, il linguaggio madrigalistico e l’emergere della teatralità affettiva esercitavano una forte attrazione anche sui compositori del Nord Europa. Verrijt assorbe questo lessico con sorprendente naturalezza, ma lo filtra attraverso la tradizione polifonica franco fiamminga, ancora profondamente radicata nella cultura musicale dei Paesi Bassi. È proprio questa duplice appartenenza stilistica a rendere “Flammae divinae” un’opera di particolare interesse storico e musicale.
L’ascolto rivela infatti un equilibrio estremamente raffinato tra scrittura imitativa e sensibilità concertante. In mottetti come “Vulnera cor meum”, “O dulcis amor” o “Vulnerasti cor meum”, la densità contrappuntistica non soffoca mai l’espressione del testo, ma viene costantemente animata da improvvisi chiaroscuri armonici, sospensioni retoriche e figurazioni che derivano chiaramente dalla poetica del madrigale italiano. Come nei grandi libri di musica sacra monteverdiana degli anni Venti e Trenta del Seicento, anche qui il trattamento della parola liturgica assume una tensione teatrale controllata, mai decorativa, sempre subordinata alla costruzione dell’affetto.
Particolarmente interessante è anche la possibile destinazione liturgica della raccolta. Si ritiene che questi mottetti fossero pensati sia per le chiese cattoliche dei Paesi Bassi meridionali sia per le cosiddette “schuilkerken”, le chiese clandestine cattoliche presenti nella Repubblica protestante. In questo senso “Flammae divinae” documenta una pratica musicale di frontiera, nella quale la cultura cattolica sopravvive attraverso reti semi private di devozione e di pratica musicale colta. Il fatto che le opere di Verrijt fossero conservate anche nella biblioteca del collegium musicum di Groningen, formato prevalentemente da musicisti dilettanti, testimonia inoltre la circolazione relativamente ampia di questo repertorio nel contesto urbano del paese.
L’interpretazione del Consort of Musicke conserva intatta, a distanza di venticinque anni dalla registrazione originale, la qualità che ha reso questo ensemble uno dei riferimenti storici della vocalità antica inglese. La direzione di Rooley privilegia una linea di estrema chiarezza testuale e una plasticità retorica mai eccessiva. La presenza di Emma Kirkby conferisce alle pagine più liriche quella purezza timbrica e quella precisione di emissione che hanno segnato l’intera storia della prassi esecutiva novecentesca. L’ensemble evita ogni monumentalizzazione sonora, scegliendo invece una dimensione cameristica che valorizza la mobilità delle linee e la trasparenza del contrappunto.
“Flammae divinae” ci offre una delle più convincenti testimonianze della trasformazione del linguaggio sacro europeo nella metà del XVII secolo; un distillato di sorprendente equilibrio espressivo, capace di illuminare un capitolo ancora poco esplorato della musica barocca europea.
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