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Il linguaggio della ricerca, quando l’internazionalizzazione non basta: il problema della comprensibilità nell’università contemporanea

La recente conferenza di Henry T. Drummond ai Colloquia 2026 della sezione musicologica della Sapienza Università di Roma ha offerto l’occasione per riflettere su una questione sempre più centrale nella vita accademica contemporanea. Accanto all’indubbio valore scientifico della ricerca presentata, è emersa infatti una difficoltà comunicativa che riguarda il rapporto fra internazionalizzazione, uso dell’inglese e reale accessibilità del dibattito universitario. Una riflessione che investe non soltanto la qualità dell’esposizione, ma anche il ruolo stesso dell’università come luogo di trasmissione pubblica del sapere.


Al di là dell’indubbio interesse scientifico dell’incontro, inserito nella stagione dei Colloquia 2026 e dedicato da Henry T. Drummond alle culture musicali dell’Anversa confessionale durante la Guerra degli Ottant’anni, l’appuntamento alla Sapienza Università di Roma ha lasciato emergere una questione che riguarda più in generale il modo in cui oggi l’università italiana concepisce la comunicazione del sapere in contesti internazionali. Non si tratta di mettere in discussione l’apertura internazionale della ricerca, né tantomeno l’uso dell’inglese come lingua accademica condivisa, ormai inevitabile nei circuiti scientifici contemporanei. Il problema riguarda piuttosto la qualità reale della trasmissione del contenuto e il rapporto fra internazionalizzazione e intelligibilità.

Nel caso specifico, la relazione è risultata difficilmente comprensibile anche considerando la natura raccolta del pubblico presente in sala, costituito perlopiù da un ristretto gruppo di allievi e studiosi del settore. Il foglio distribuito con la sintesi dell’intervento offriva certamente un orientamento preliminare, ma non poteva sostituire quella chiarezza espositiva necessaria a rendere realmente condivisibile il contenuto della conferenza. A ciò si è aggiunto un dibattito successivo caratterizzato da interventi espressi in un inglese spesso poco intellegibile, generando l’impressione di un dialogo quasi interno fra specialisti già reciprocamente informati, più che di un autentico momento di confronto aperto alla comunità accademica presente in sala.

È qui che emerge un nodo culturale non secondario, già affiorato in altri contesti del dibattito universitario contemporaneo e sul quale ho avuto modo di soffermarmi recentemente a partire da un intervento di Carlo Bagnoli pubblicato su Il Sole 24 Ore. Si tratta di una questione ormai urgente, che non riguarda soltanto chi insegna o chi studia, ma il rapporto stesso fra università e società. In un momento storico in cui gli atenei sono chiamati a ridefinire il proprio ruolo culturale e pubblico, la trasmissione del sapere non può ridursi a una formalità accademica o a una semplice adesione ai codici dell’internazionalizzazione. Parlare a una comunità scientifica significa infatti anche renderla realmente partecipe del discorso, evitando che il linguaggio specialistico o un uso inefficace della lingua internazionale trasformino il dibattito in uno spazio progressivamente autoreferenziale.

In un’istituzione come la Sapienza, che ha fra le proprie finalità la formazione, la divulgazione critica e la trasmissione del sapere, la dimensione internazionale non dovrebbe trasformarsi in una forma di ritualità linguistica nella quale l’inglese viene adottato indipendentemente dalla sua effettiva efficacia comunicativa. Parlare in inglese non significa automaticamente essere internazionali. Quando però la lingua utilizzata compromette la comprensione del contenuto, il rischio è quello di produrre l’effetto opposto, cioè una chiusura del dibattito e una progressiva esclusione non soltanto del pubblico non specialistico, ma anche di quella parte della comunità accademica che fatica a seguire esposizioni poco chiare o linguisticamente fragili.

Una soluzione ragionevole non consisterebbe in un ritorno esclusivo all’italiano, che sarebbe anacronistico in un contesto scientifico europeo, ma in un maggiore equilibrio fra accessibilità e internazionalizzazione. In presenza di relatori stranieri con una permanenza prolungata a Roma, come nel caso di Drummond, ospite per diversi mesi nell’ambito delle attività legate agli archivi gesuitici, sarebbe forse auspicabile prevedere forme di mediazione linguistica più efficaci. Potrebbero bastare slide bilingui, sintesi orali in italiano, oppure una moderazione realmente orientata alla mediazione culturale e non soltanto alla gestione formale dell’incontro. L’università dovrebbe infatti interrogarsi non solo sul prestigio internazionale degli ospiti invitati, ma anche sulle condizioni concrete attraverso cui il sapere viene condiviso.

Paradossalmente, il tema stesso della conferenza sembrava suggerire questa esigenza. La ricerca presentata mostrava infatti come la musica nell’Anversa fra Cinque e Seicento fosse impiegata come strumento di comunicazione confessionale, di persuasione e di costruzione identitaria collettiva. In quel contesto storico, la comprensibilità del messaggio era essenziale. Le istituzioni religiose, e in particolare i gesuiti, compresero molto bene che la forza della musica dipendeva dalla sua capacità di raggiungere pubblici differenti attraverso forme accessibili e condivise.

Anche l’inserimento dei madrigali all’interno della raccolta musicale discussa durante l’incontro acquista significato in questa prospettiva. Il madrigale, genere eminentemente profano e legato alla cultura umanistica e cortigiana italiana del Cinquecento, rappresentava un repertorio capace di veicolare affetti, retorica poetica e identità culturali attraverso la lingua volgare e una forte attenzione alla comprensibilità del testo. La sua presenza in una raccolta collegata a un ambiente confessionale o devozionale dimostra quanto labile fosse, nella prima età moderna, il confine fra pratiche artistiche, funzione politica e strategie culturali. I madrigali non erano soltanto forme di intrattenimento raffinato, ma potevano contribuire alla costruzione di un linguaggio simbolico condiviso, capace di riflettere appartenenze sociali, sensibilità religiose e modelli culturali transnazionali. In altre parole, proprio quel repertorio ricordava implicitamente quanto la comunicazione, per essere efficace, debba prima di tutto essere comprensibile.

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