L’Arte Sacra di J.S. Bach al Gonfalone: rigore formale e profondità spirituale delle Cantate BWV 4 e BWV 196
La stagione concertistica dell’Oratorio del Gonfalone accoglie l’universo spirituale di Johann Sebastian Bach con un programma dedicato alle Cantate BWV 4 e BWV 196, affidate all’Ensemble da Camera del Gonfalone e al Coro “Città di Roma” sotto la direzione di Mauro Marchetti. Due opere giovanili ma già decisive nella definizione del linguaggio sacro bachiano, capaci di restituire la duplice natura della scrittura del Kantor di Lipsia tra severità contrappuntistica, meditazione teologica e slancio concertante. Nel contesto dell’antico oratorio romano, la musica di Bach ritrova una dimensione di ascolto nella quale spazio architettonico, parola sacra e costruzione sonora sembrano appartenere a un medesimo orizzonte espressivo.
Parlare di questo concerto senza soffermarsi sul luogo che lo ospita significherebbe sottrarre profondità all’esperienza stessa dell’ascolto. L’Oratorio del Gonfalone, autentico manifesto figurativo della cultura controriformistica romana, trasforma infatti il repertorio bachiano in un confronto tra differenti forme della spiritualità europea. Il misticismo luterano delle cantate entra così in relazione con la teatralità visiva degli affreschi manieristi, in un dialogo che supera le differenze confessionali per convergere verso una comune idea dell’arte sacra come esperienza contemplativa.
Il ciclo pittorico della Passione di Cristo, realizzato tra il 1569 e il 1576 da artisti quali Federico Zuccari, Livio Agresti, Bertoja e Raffaellino da Reggio, agisce quasi come una drammaturgia permanente che accompagna la percezione musicale. Le colonne tortili, il soffitto ligneo di Ambrogio Bonazzini e la scansione raccolta dello spazio contribuiscono a definire un ambiente nel quale il suono assume una particolare densità. In questa relazione tra architettura, pittura e musica, la produzione sacra di Bach sembra trovare una naturale continuità storica e simbolica. L’ascolto delle cantate, immerso tra le figure allegoriche di Cesare Nebbia e Marco Pino, restituisce così il significato più profondo della musica religiosa barocca, pensata non come semplice ornamento liturgico ma come veicolo di meditazione e partecipazione spirituale.
Il programma del 21 maggio permette di attraversare una fase decisiva della formazione di Bach, quando il compositore non aveva ancora raggiunto la piena maturità delle grandi cantate lipsiensi ma mostrava già una sorprendente capacità di organizzare il discorso musicale come spazio teologico e drammatico insieme. Le due opere in programma, riconducibili agli anni di Mühlhausen e Weimar, offrono infatti due prospettive complementari della produzione sacra delle origini. Da una parte il rigore quasi arcaico di “Christ lag in Todes Banden” BWV 4, dall’altra la luminosità più distesa e celebrativa di “Der Herr denket an uns” BWV 196.
La BWV 4 occupa un posto centrale nel primo catalogo bachiano. Considerata una delle più antiche cantate sopravvissute integralmente, nasce probabilmente tra il 1707 e il 1708 come elaborazione del corale pasquale di Martin Lutero derivato dalla sequenza medievale “Victimae paschali laudes”. L’intera composizione si sviluppa a partire dalla melodia originaria del corale, sottoposta a un processo continuo di trasformazione contrappuntistica che conferisce all’opera una straordinaria compattezza formale. Ogni movimento mantiene un rapporto diretto con il tema iniziale, tradotto di volta in volta in meditazione polifonica, episodio imitativo o scrittura concertante. La Sinfonia introduttiva stabilisce immediatamente un clima severo e raccolto, costruito su linee discendenti e sospensioni armoniche che alludono al dramma della morte e della resurrezione. Nei cori e nei duetti emerge invece una scrittura ancora vicina alla motetta seicentesca tedesca, ma già attraversata da quella tensione narrativa che diventerà una delle cifre del Bach maturo. Il celebre “Es war ein wunderlicher Krieg”, centrato sul conflitto simbolico tra Vita e Morte, traduce il testo luterano in una trama contrappuntistica serrata nella quale la forza drammatica nasce direttamente dall’organizzazione delle voci.
Di carattere differente appare invece la BWV 196 “Der Herr denket an uns”, probabilmente destinata a una celebrazione matrimoniale e costruita esclusivamente su versetti del Salmo 115. Qui il clima si apre a una dimensione più luminosa e fiduciosa, lontana dalla tensione austera della cantata pasquale. L’organico contenuto e l’assenza dei recitativi rimandano ancora alla tipologia della cantata sacra primitiva, ma la scrittura rivela già una notevole libertà inventiva. La Sinfonia iniziale sviluppa un movimento fluido degli archi e del basso continuo che richiama la cultura concertante italiana, mentre il coro alterna episodi omofonici e fugati con grande naturalezza. Il duetto per tenore e basso costruisce un dialogo equilibrato e trasparente, mentre l’aria del soprano “Er segnet die den Herrn fürchten” mostra una linea melodica di elegante cantabilità. In questa pagina Bach sembra abbandonare la tensione drammatica della BWV 4 per aprirsi a una scrittura più serena, nella quale la benedizione divina assume un carattere comunitario e quasi domestico.
L’accostamento delle due cantate di fatto consente di cogliere la straordinaria varietà del linguaggio del giovane Bach prima della definitiva sistemazione del ciclo liturgico di Lipsia. Il pubblico del Gonfalone ascolterà due opere nate in anni vicini ma profondamente diverse per concezione retorica, trattamento del corale e costruzione dell’affetto musicale. In questo equilibrio tra austerità luterana, slancio concertante e densità simbolica dello spazio romano, la direzione di Mauro Marchetti sarà chiamata a restituire tutta la complessità di un repertorio che continua ancora oggi a rappresentare uno dei punti più alti della musica sacra europea.
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