Cappella Sistina 155, Parvus undercover: frammenti musicali scoperti in un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana
Ventisei fogli di musica polifonica del Cinquecento, rimasti nascosti per secoli all'interno della legatura di un manoscritto della Biblioteca Apostolica Vaticana, stanno restituendo nuove informazioni sulla vita musicale della Cappella Sistina e sulle modalità con cui il repertorio veniva copiato, selezionato e trasmesso. La scoperta, oggetto di un recente studio di Nicolò Ferrari e Thomas Schmidt pubblicato sulla rivista «Early Music» di Oxford University Press, dimostra ancora una volta come una fonte apparentemente marginale possa aprire prospettive inattese sulla storia della musica rinascimentale.
Il riutilizzo di quelle pagine segue una pratica comune all'epoca; una volta assolto il loro compito, i fogli potevano essere recuperati e impiegati per altri scopi. Quelle stesse pagine furono utilizzate per formare i piatti della legatura del manoscritto, sovrapposte e incollate fino a costituirne la struttura rigida, successivamente rivestita di pergamena. È proprio questo secondo impiego ad averne favorito la conservazione, permettendo alle musiche che vi erano state scritte di arrivare fino a noi.
Il recupero dei fogli ha permesso di ricomporre organicamente una parte del loro originario contenuto musicale. Una volta separati dalla legatura, gli studiosi hanno potuto esaminarli nella loro interezza e confrontarne la scrittura, le linee musicali e gli elementi che consentivano di stabilire la continuità fra le diverse parti. Il confronto con le immagini digitali ad alta risoluzione conservate dalla Biblioteca Apostolica Vaticana ha quindi permesso di ricostruire la successione originaria delle musiche, dalle quali sono emerse dieci diverse unità compositive.
Il materiale comprende diverse composizioni di polifonia liturgica, fra Magnificat, inni e antifone, alcune complete e altre rimaste interrotte nel corso della copiatura. Le dieci unità comprendono quattro composizioni complete, fra cui l’Hostis Herodes impie di Costanzo Festa, il Fecit potentiam anonimo, un possibile Kyrie e il Regina celi letare anonimo a sei voci. Le altre composizioni sono rimaste incomplete e comprendono, fra le altre, i due inni di Festa, Christe redemptor omnium e In die tribulationis di Jacquet de Mantua. Due delle composizioni complete, Fecit potentiam e Regina celi letare, non presentano concordanze note e risultano quindi, allo stato attuale della ricerca, sconosciute nella tradizione musicale del Cinquecento.
Ancora più significativo è ciò che questi fogli raccontano del lavoro dei copisti della Cappella Sistina. La maggior parte del materiale è attribuibile alla mano di Johannes Parvus, principale copista della polifonia nella Cappella Sistina durante la metà del XVI secolo. La scrittura consente inoltre di collocare gran parte della copiatura nella prima fase della sua attività, intorno agli anni 1535-1550. Un caso particolarmente interessante è costituito dal «Regina celi letare», la cui grafia si distingue sensibilmente da quella di Parvus e presenta significative somiglianze con la mano di Galeazzo Ercolano, noto soprattutto per la copia di manoscritti di canto liturgico. Gli studiosi non escludono che possa trattarsi dello stesso copista, pur sottolineando che gli elementi disponibili non consentono un'identificazione definitiva.
I frammenti permettono di intravedere anche il modo in cui il repertorio della Cappella Sistina veniva selezionato e trasmesso. La cappella utilizzava regolarmente fascicoli sciolti, dai quali i cantori potevano eseguire le composizioni prima che queste venissero eventualmente raccolte nei libri. Una testimonianza del 1564 ricorda infatti che lo scriba della cappella non doveva trascrivere nei libri se non la musica approvata dal collegio dei cantori. Alcune delle composizioni conservate nei frammenti potrebbero dunque essere appartenute al repertorio attivo della cappella, almeno per un certo periodo o in via sperimentale, senza essere successivamente accolte nella trasmissione ufficiale.
È proprio questo aspetto a rendere i ventisei fogli particolarmente preziosi. Le composizioni che vi sono conservate sembrano appartenere a una fase precedente alla loro eventuale inclusione nei libri ufficiali della cappella. Alcune potrebbero essere state utilizzate dai cantori per un certo periodo, altre potrebbero essere state abbandonate nel corso della copiatura. I frammenti di Cappella Sistina 155 rappresentano così una testimonianza rara di quelle musiche che non raggiunsero la forma definitiva dei grandi libri della cappella e che, proprio per questo, sono rimaste escluse dalla tradizione ufficiale.
La vicenda di Cappella Sistina 155 mostra come una scoperta musicologica possa nascere anche da ciò che è già stato recuperato, ma non ancora riconosciuto nel suo pieno significato. I ventisei fogli erano infatti stati individuati già nel 1983, durante il restauro del manoscritto, ma solo molti anni dopo il loro contenuto è stato nuovamente esaminato e messo in relazione con la storia musicale della Cappella Sistina. Il lavoro di catalogazione, insieme all'analisi codicologica, paleografica e musicale e al confronto delle immagini digitali ad alta risoluzione della Biblioteca Apostolica Vaticana, ha permesso di ricostruire le musiche e di restituire a quelle pagine una parte della loro storia.
Ed è forse proprio questa la lezione più interessante che arriva oggi da quelle carte riemerse dalla legatura. La musica del Rinascimento non vive soltanto nei grandi codici conservati integralmente, nei nomi dei compositori che la storiografia ha consegnato alla memoria o nelle opere che continuiamo ad ascoltare. Esiste anche una storia più discreta, fatta di fogli provvisori, copie abbandonate, repertori selezionati e musiche rimaste ai margini della trasmissione. A volte è sufficiente che uno di quei fogli torni a essere letto perché una parte del passato musicale possa nuovamente prendere forma.
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