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π‘ͺ𝒍𝒂𝒖𝒔𝒖𝒍𝒂 𝒆𝒔𝒕 π’‡π’Šπ’π’Šπ’” π’Žπ’†π’π’π’…π’Šπ’‚π’†, π’Šπ’ π’„π’π’π’„π’π’“π’…π’Šπ’‚ π’—π’π’„π’–π’Ž: dalla polifonia modale alla cadenza perfetta tonale. La clausola e il senso di compimento del discorso musicale

La clausola rappresenta uno degli snodi fondamentali della polifonia medievale e rinascimentale, al crocevia tra la sintassi modale e l’emergente linguaggio tonale. Originariamente concepita come convergenza melodica di due voci in moto contrario o contrario-parallelo, essa generava autonomamente la sensazione di chiusura, senza ricorrere a un principio armonico verticale. Le tipologie codificate, vera, ficta, plagalis e diminuta, si riscontrano in diverse tradizioni europee, inglese, fiamminga e italiana, testimoniando un linguaggio internazionale giΓ  dal XV secolo.


Nella polifonia medievale, la nozione di Clausola, termine latino che significa "piccola chiusura", indicava ciΓ² che oggi intendiamo per cadenza. Questo concetto si Γ¨ evoluto con sfumature precise: la Clausola vera, o cadenza vera, rappresenta la forma piΓΉ autorevole, quella che conclude sul finale del modo, richiamando stabilitΓ  e risoluzione melodica. Spesso, specialmente in Europa, la vera clausola Γ¨ seguita da una clausola plagalis, una cadenza plagale, usata di rado, come forma di perorazione, o effetto tardivo, diluito, che agisce da appendice rasserenante alla chiusura principale. 

Prima di arrivare al concetto di clausola, Γ¨ bene fare un breve excursus storico, partendo dai secoli XI e XII, in cui nelle prime forme di organum parallelo e poi di organum fiorito (come nei manoscritti di Winchester o nella scuola di San Marziale di Limoges), la nozione di "chiusura" nel discorso musicale, era molto rudimentale: il brano tendeva a fermarsi su unisono o ottava, senza un disegno contrappuntistico di preparazione. Le voci procedevano spesso in moto parallelo o con poche libertΓ , e la fine si riconosceva semplicemente dall’arresto del flusso. Non esisteva ancora una clausola in senso tecnico, ma piuttosto un "punto fermo" melodico.

Un primo passo verso la clausola avviene nella Scuola di Notre-Dame. Qui il termine aveva giΓ  un significato specifico: indicava sezioni discantiche, ossia episodi ritmicamente misurati, estratti dall’organum e spesso riutilizzati come unitΓ  autonome. In questo contesto, la clausola non era ancora una "cadenza" ma un "segmento musicale" autonomo. Tuttavia, proprio in questi brani si cominciano a codificare formule di chiusura tra le voci, con la tipica convergenza su unisono o ottava preceduta da moto contrario.

Tra Trecento e Quattrocento, con l’Ars Nova e l’Ars Subtilior, la clausula assume progressivamente il significato di "chiusura melodico-contrappuntistica". È in questo periodo che la clausola diventa una tecnica consapevole: la discensio della voce principale sul finale e la simultanea formazione di consonanze (terza, sesta, ottava) danno origine a schemi cadenzali riconoscibili. GiΓ  Philippe de Vitry e i suoi contemporanei utilizzano formule che potremmo chiamare clausole vere o fictae. Tinctoris, a metΓ  Quattrocento, comincia a distinguere tra diversi tipi di clausole e le collega al sistema dei modi ecclesiastici. La clausola, insomma, diventa una regola del contrappunto.

Con i grandi fiamminghi (Ockeghem, Josquin, Obrecht), la clausola diventa il cuore del discorso polifonico. Non solo conclude, ma si moltiplica: le clausole sono spesso imitate in piΓΉ voci, creando un gioco di entrate successive che rende la chiusura una sorta di arco corale. In Josquin, per esempio, la clausula vera puΓ² apparire come una catena di sospensioni tra le voci (clausula diminuta), trasformandosi in un momento di intensitΓ  espressiva. L’idea di clausula ficta, una chiusura su grado intermedio, permette invece di articolare le sezioni senza chiudere definitivamente.

Nel Cinquecento italiano, con Palestrina, Lasso e i maestri della polifonia sacra, la clausola si fa ancora piΓΉ raffinata. La clausula diminuta, con le sue sospensioni, diventa uno strumento di pathos, perfettamente dosato in rapporto alle parole: una dissonanza in sospensione che si risolve puΓ² corrispondere a una parola di dolore o supplica. Trattatisti come Zarlino nelle Istitutioni harmoniche codificano le clausole come regola contrappuntistica, distinguendo con chiarezza le diverse tipologie (vera, plagalis, media). A questo punto, il sistema modale e le clausole che ne derivano, sono un codice internazionale: inglesi come Morley, fiamminghi come Gombert, italiani come Palestrina parlano lo stesso linguaggio.

La clausula vera Γ¨ la forma piΓΉ stabile e diventerΓ  il modello della futura cadenza perfetta. Tuttavia, essa nasce da un sistema orizzontale, fondato sull’interazione di due linee melodiche convergenti. Diversamente, nella musica tonale la chiusura si struttura secondo una logica verticale, basata sulla progressione funzionale tra dominante e tonica, dove il movimento del basso determina la risoluzione armonica e la percezione di conclusione.

La clausola plagalis nasce invece come appendice, un prolungamento dopo la vera chiusura, soprattutto utile nei modi plagali come il frigio, dove la clausola vera da sola non dΓ  sufficiente senso di compimento.

La clausola ficta Γ¨ un punto di arrivo intermedio, una pausa che non chiude il discorso ma lo articola, senza introdurre modulazione nel senso moderno. Infine, la clausola diminuta introduce la dimensione retorica della sospensione: una dissonanza voluta, ritardata, che rende piΓΉ espressiva la chiusura. Questo Γ¨ un passaggio fondamentale perchΓ© apre la strada alle cadenze rinascimentali e barocche basate sul gioco tensione–risoluzione.

Tutte le clausole descritte si risolvono nella nota finale, in unisono o ottava tra le due parti fondamentali. Esiste altresΓ¬ una forma piΓΉ rara, in cui l’intervallo finale Γ¨ una quinta. Compositori inglesi come Morley sembravano includerla tra le vere chiusure, sebbene la maggioranza dei teorici la considerassero una clausola falsa o irregolare. Il linguaggio inglese del Cinquecento distingueva in modo netto tra Close, riferito alla discesa del canto fermo sul finale, e Cadence, riservato alla dissonanza contrappuntistica che accompagna quel movimento, come nelle Clausulae diminutae.

Un recente studio della musicologa Megan Kaes Long ha evidenziato come, nell’Inghilterra tardo-rinascimentale, l’ampliamento funzionale della clausola attraverso l’uso della cadenza plagale, come documentato in Byrd e il citato Morley, fosse invece particolarmente marcato. Teorici e compositori dell’epoca elaborarono cataloghi di cadenze che includevano varietΓ  di plagalitΓ  e chiusure intermedie, trasformando la clausula plagalis da semplice ornamento in uno strumento strutturale riconoscibile. Questa sistematizzazione emerge quindi come tratto distintivo della pratica inglese, pur nel contesto europeo che condivideva il linguaggio modale e le altre tipologie di clausole.

Come accennato, in Europa continentale, soprattutto nella tradizione fiamminga e italiana, la clausula plagalis mantenne prevalentemente la funzione di prolungamento della clausula vera, agendo come appendice di perorazione che consolidava la chiusura finale senza assumere ruoli strutturali complessi. Nei Fiamminghi, da Ockeghem a Josquin, e in Italia, con Palestrina e Lasso, la pluralitΓ  delle clausole era ampia, ma la clausula plagalis restava di fatto generalmente secondaria, raramente impiegata per articolare frasi intermedie o modulare sul quinto grado, come invece accadeva in Inghilterra.

Con il primo Seicento, la clausola subΓ¬ una trasformazione epocale. La polifonia si aprΓ¬ al basso continuo e alla monodia accompagnata, e la funzione di chiusura non fu piΓΉ garantita dall’interazione melodica di due voci, ma dal movimento cadenzale del basso, dalla dominante alla tonica. Nacque cosΓ¬ la cadenza perfetta tonale, fondata su un principio verticale anzichΓ© orizzontale. Compositori come Monteverdi continuarono a utilizzare clausole sospensive di tradizione rinascimentale, ma le inserirono in un contesto nuovo, dove la tensione e la risoluzione appartenevano pienamente al linguaggio armonico.

In sintesi, la clausola vera e le sue varianti medievali e rinascimentali costituiscono il nucleo del pensiero cadenzale pre-tonale, mentre l’evoluzione verso la cadenza perfetta tonale segna il passaggio dalla logica melodica a quella armonica verticale, tracciando una continuitΓ  storica dalla polifonia modale alla musica tonale.

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