Polifonie estreme e sguardi contemporanei: Festina Lente a San Luigi dei Francesi, nel segno di Caravaggio
Si è svolto a San Luigi dei Francesi il concerto La musica sacra ai tempi di Caravaggio, promosso dai Pieux Établissements de la France à Rome et à Lorette e affidato all’Ensemble Festina Lente diretto da Michele Gasbarro. La serata, in linea con quanto dichiarato, ha offerto un percorso affascinante attraverso il panorama musicale tra Cinque e Seicento, muovendosi tra la rigorosa tradizione della Scuola Romana, le audacie cromatiche napoletane e le scommesse sul dialogo con la contemporaneità.
Un concerto di indiscusso fascino, quello proposto ieri sera dall’Ensemble Festina Lente sotto la guida di Michele Gasbarro. Un programma meditato che ha saputo guidare l’ascoltatore a partire dagli azzardi della scrittura contemporanea di Philippe Hersant, fino al dipanarsi delle audacie cromatiche della scuola napoletana e delle tensioni microtonali dei fiamminghi attivi a Napoli, trovando infine una solida e trasparente quadratura nella severità contrappuntistica della Scuola Romana e nella ricchezza policorale della fioritura oratoriana tardo-cinquecentesca.
L'avvio della serata ha visto il Vos Omnes di Gesualdo porsi in parallelo alla scrittura contemporanea di Philippe Hersant. Un accostamento, questo, che intercetta la definizione di "età neobarocca" formulata da Omar Calabrese, ovvero quella categoria morfologica permanente, intesa come forma del gusto e della cultura che attraversa ciclicamente la storia. Nella modernità il principio si ripropone con caratteri inediti, all'insegna della metamorfosi delle forme, della polarità dei linguaggi e della dialettica attiva tra passato e presente. Questo confronto ravvicinato tra l'intransigente "purezza" di Gesualdo - distillato di una radicalità stilistica assoluta - e le nuove Sacrae Cantiones di Hersant, ha messo in luce lo snodo più discusso dell'operazione, mostrandone i limiti evidenti.
Il nodo critico nasce dalla dichiarazione d'intenti dell'autore, secondo cui la sua musica farebbe apparire indistinguibili i confini tra la firma del Principe di Venosa e quella del compositore francese. Un'illusione che di fatto stride anche con la realtà storiografica: la scrittura gesualdiana, a lungo fraintesa e liquidata come pura "bizzarria" armonica prima che la modernità novecentesca ne riscoprisse l'isolata e sconvolgente grandezza strutturale, resiste a qualsiasi assimilazione e non può risolversi in una studiata ambiguità stilistica in cui le epoche si confondono. Qualcuno ci ha provato con Palestrina, ma questo è un altro discorso.
In termini squisitamente formali, la partitura richiama le pregresse incursioni del compositore francese con i Trois répons de la Semaine sainte, in cui è possibile rintracciare i segni di frammenti e cellule motiviche gesualdiani che Hersant dissolveva pulviscolarmente all'interno di una trama sonora contemporanea del tutto nuova.
Nel concerto di ieri, queste traiettorie timbriche hanno evidenziato una frizione strutturale, introducendo una vocalità estranea alla poetica gesualdiana e più vicina alle tese logiche del melodramma maturo. La scrittura di O vos omnes, Peccantem me e O crux benedicta, fondata su brusche discontinuità, è risultata articolata per microcellule e improvvise cesure agogiche. I registri gravi spinti al limite del sussurro e le vertigini degli acuti, hanno spezzato l'impianto contrappuntistico con un taglio netto, finendo per entrare in tensione con l'irriducibile radicalità del modello gesualdiano. Una direzione estetica che, eccedendo in levigatezza o indulgendo in un patetismo teatrale, ha di fatto limato le asprezze e i complessi nodi armonici originari, allontanandosi dal rigore sacro per lambire il pathos della scena operistica.
Di altro stampo le Consonanze stravaganze di Giovanni de Macque affidate all'organo, che hanno dato finalmente la stura alle attese arditezze armoniche native dell'epoca, via via sempre più stringenti. Le audacie cromatiche del compositore fiammingo hanno offerto un'ottima introduzione al Christus qui panis di Nicola Vicentino, rivelatosi quel mirabile esempio di contrafactum in cui la tensione microtonale e l'intento umanistico di restituire alla polifonia il pathos della musica greca antica, sono emersi in tutta la loro forza.
Di altro stampo le Consonanze stravaganze di Giovanni de Macque affidate all'organo, che hanno dato finalmente la stura alle attese arditezze armoniche native dell'epoca, via via sempre più stringenti. Le audacie cromatiche del compositore fiammingo hanno offerto un'ottima introduzione al Christus qui panis di Nicola Vicentino, rivelatosi quel mirabile esempio di contrafactum in cui la tensione microtonale e l'intento umanistico di restituire alla polifonia il pathos della musica greca antica, sono emersi in tutta la loro forza.
La Scuola Romana ha trovato piena espressione, con nostra grande soddisfazione, attraverso brani come Adoramus te Christe di Giovanni Maria Nanino e O crux ave di Francesco Soriano, affiancati da Quem vidisti pastores del meno noto Abundio Antonelli. L'ensemble ha espresso in questa sezione la cifra esecutiva migliore, bilanciando la severità dello stile palestriniano con la trasparenza dell'impasto vocale.
A chiusura di concerto, nella sezione dedicata, l'ensemble ha spaziato agilmente tra la fioritura oratoriana e policorale, dalle laudi di Francisco Soto de Langa, e dal Salve Regina di Sebastiano Raval, fino alla monumentale Ave Maria a otto voci di Tomás Luis de Victoria, in cui si è visto valorizzare al meglio la varietà dei registri espressivi.
La solida direzione di Gasbarro ha con efficacia messo in risalto la trasparenza delle linee; l'equilibrio vocale e il dialogo misurato con gli strumenti hanno restituito a ogni brano una specifica luce, evitando derive enfatiche, trovando piena sintonia con l'acustica di San Luigi dei Francesi. L'ascolto di queste partiture in un luogo deputato alla conservazione e alla valorizzazione delle opere del Merisi, ha offerto inoltre l'occasione per riflettere nuovamente sul legame profondo tra la pittura e il suo paesaggio sonoro.
Prima del concerto, illuminante è stato infatti il dibattito con uno dei più attenti storici dell'arte sulla questione iconografica e sulle fonti più utilizzate per indagare questo repertorio. Attraverso una convergente e complessa operazione di ricostruzione storico-critica, l’identità profonda dell'opera analizzata, restituisce una sua coerenza interna che si traduce in sviluppo formale, ricorrenze stilistiche e in tutta una serie di elementi che ne vanno a definire la specifica fisionomia.
Al centro del discorso l'indagine sul celebre spartito aperto sul leggio nel Riposo durante la fuga in Egitto, dipinto conservato nella Galleria Doria Pamphilj di Roma; un dettaglio che da tempo la musicologia - a partire dai fondamentali studi degli anni Ottanta - ha identificato nel mottetto Quam pulchra es del fiammingo Noël Bauldewijn.
Recentemente, grazie ad una più attenta verifica filologica condotta sulle fonti a stampa originali, come quelle conservate alla British Library, gli studi hanno fatto un ulteriore passo in avanti. Attraverso l'analisi codicologica e la precisa configurazione delle chiavette impresse sulla tela, è stato possibile risalire alla specifica edizione della raccolta polifonica. La sequenza musicale ha rivelato il brano successivo, ovvero il Gloriosus Deus Apostolus Bartholomeus. Un riscontro che restituisce al dipinto la natura di documento vivo, perfettamente sintonizzato con le prassi editoriali e contrappuntistiche da esso evocate.
L’anima sonora della serata ha trovato infine un corrispettivo visivo nella riflessione spirituale evocata da La Croix di Jean-Michel Othoniel, installata nella Cappella Contarelli. La croce in vetro, realizzata con elementi di ossidiana nera, è stata commissionata dai Pii Stabilimenti della Francia a Roma con l’intento di restituire alla cappella una rinnovata esperienza di preghiera e raccoglimento.
Inaugurata il 21 settembre 2026, proprio durante la serata, l’opera introduce nel cuore di uno dei luoghi di culto e di arte più visitati al mondo una presenza contemporanea che dialoga direttamente con i capolavori seicenteschi. La superficie scura del vetro, attraversata dai riflessi delle tele e dello spazio circostante, crea così un punto di passaggio fra memoria visiva ed espressione del sacro.
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